Fusco e la notte di Matsuoka Gli esordi di un genio irregolare

Una lettera inedita dello scrittore spezzino al direttore del «Mondo» dove narra la visita a Roma del ministro degli Esteri giapponese

Caro Mario; avrei voluto tante volte scriverti e mandarti roba, anche per pareggiare il sospeso che ho presso la tua amministrazione. Ma in questi ultimi mesi ho avuto diversi guai di varia indole, storie e fastidi dei quali ho subito approfittato per buttarmi nella condizione in fondo da me preferita; l’imbraco. Non dubitare però che mi farò vivo prestissimo con qualcosa di buono, spero. Ma ora ti scrivo (e non so bene come potrai utilizzare le straordinarie e autenticissime notizie che ti dò) a proposito di un intervento che qualche settimana fa fece al Senato il missino Franza, quando venne in discussione il caso Montesi in rapporto al governo. Il Franza si rivolse alle sinistre dicendo pressa poco (il testo esatto è rintracciabile su La Stampa) così: «Proprio voi fate gli scandalizzati e i moralisti, voi che avete fatto di tutto per affossare il fascismo, regime che aveva dato al paese un costume sano, vigoroso, senza vizi e corruzione». (Tutta la sinistra balza in piedi ruggente). A parte il fatto che non si capisce come possano esserci ancora senatori fascisti, io credo che il Franza parlasse in buona fede; perché è mia convinzione che la stragrande maggioranza degli italiani, compresi molti ostinati fascisti e molti integerrimi antifascisti, non abbiano precisa e profonda cognizione di ciò che capitò per vent’anni in Italia all’ombra del littorio. Voglio dire, ignorano e neppure, in certi casi, immaginano ciò che in realtà fosse il sottobosco fascista. Sono convinto che occorra insistere nel raccogliere e diffondere notizie e informazioni in proposito. Eccoti, intanto, una delle più sbalorditive storielle della collezione ch’io vado pian piano mettendo insieme. Tu sai che non ho fantasia. Quella che chiamerò “La notte di Matsuoka” è tutta, scrupolosamente vera.
Il ministro degli Esteri giapponese Matsuoka venne in Europa, nel 1941, a stringere patti più saldi con Mussolini e Hitler. Fu a Roma in primavera. Qualche tempo prima (in un discorso che io ascoltai a Gramsci, sotto il Tomori, mentre diluviava) Mussolini aveva annunciato «verrà il bello», volendo far intendere che stavano per finire le fregature che andavamo, specie in quei giorni, qua e là raccogliendo. Quando i romani videro sbarcare alla stazione di Termini il ministro giapponese, si limitarono a dire: «E questo sarebbe il bello?». Comunque, Matsuoka fu accolto con pompa e solennità. L’incontro col duce fu fissato, per la mattina successiva al suo arrivo, e intanto fu accompagnato all’hotel Excelsior dove si era per lui preparato un appartamento, salvo errore, al secondo piano. A quello stesso piano aveva per combinazione, fin dal 1924, il suo pied-à-terre una delle figure più singolari del regime e non solo di esso: voglio dire il Max Mugnani, una specie di demonio nato a Cento di Bologna, amico intimo di Italo Balbo e di altri altissimi gerarchi, figlio di ricchi possidenti, donnaiolo micidiale, corruttore spietato, fratello di latte della cocaina, console onorario della milizia, intelligentissimo, dotato di inesauribile fantasia. Un mostro simpaticissimo ed elegante. Oggi vive a Milano. Ha passato la cinquantina ma dimostra quindici anni di meno. Ha una salute di ferro. Il vizio è stato, evidentemente, la sua naftalina. Nelle sue stanze all’Excelsior, Mugnani era solito organizzare trattenimenti notturni non molto popolati ma in compenso intensissimi di trovate a petto delle quali le storie di Capocotta e dintorni non vanno al di là di Pinocchio. A quelle festicciole intervennero, a turno, quasi tutte le distinte dame littorie e le loro corti. Vi fu certamente Edda, vi fu sicuramente Maria Anfuso, non vi mancarono, è fortemente presumibile, né la Petacci, né la Ferida, né la Duranti, né Fanny Marchiò che fu per vent’anni l’amante ufficiale del nostro Max.
Inutile dire che a questi ricevimenti partecipava, al posto d’onore, la signora Streppa (costava, a quei giorni, dalle trenta alle sessanta lire al grammo, ma si trovava, con qualche compiacente ricetta, anche per meno), delle cui grazie tutti si valevano largamente. Poi, nella caratteristica penombra senza tempo che caratterizzava l’ambiente cocainico, cominciavano le voluttuose giostre. Si formavano sul tappeto gruppi a tutto tondo e basso rilievo, la cui complessità avrebbe impensierito il più esperto degli scultori.
Ma il Max non appartiene alla categoria dei cocainomani “statici”: quelli che preferiscono le carezze lente e silenziose, sotto le lampade velate. Egli potrebbe, anzi, essere definito un “bersagliere” della droga, per il quale l’estasi si tramuta presto in assalto, in corse, arcane e febbrili ricerche, fame di pericoli e di atroci beffe. Così, in quella prima notte di Matsuoka all’Excelsior, Max, che stava appunto facendo gli onori di casa a un gruppo di amici, uscì a un certo punto dalle sue stanze, in pigiama arancione, a piedi nudi, con occhi luccicanti e labbra aride e sottili. Si era fitto in capo di portare in giostra qualcuno che, possibilmente, non fosse ancora iniziato alla droga. Avrebbe preferito una donna, ma si sarebbe accontentato anche di un uomo. Avanzò a passi elastici e silenziosi sulla guida del corridoio, come la tigre fra le liane. Si affidava all’istinto, e, intanto, gettava occhiate in fondo agli usci per vedere che genere di scarpe vi fossero. Lo colpirono due paia di minuscoli, irreprensibili stivaletti neri con ghetta chiara esposti a quattro o cinque porte dalla sua. Stivaletti singolari, tanto lucidi da risparmiare ogni fatica al facchino dell’albergo.
Max appoggiò l’orecchio a quella porta. Udì un vago rumore di respiro, rotto da sommessi gorgoglii. Cautamente, provò la maniglia e trattenne a stento un grido di giubilo: la porta era aperta. Senza esitare, la tigre penetrò nella tana dell’antilope. Annusò il buio, e un curioso odore, fra acido e dolcissimo, aumentò il suo interesse per l’avventura. Accese un fiammifero. Si trovava in uno dei soliti salottini dell’albergo. Alla breve luce, riuscì a vedere che la porta della stanza da letto era semi aperta. Il dormiente, dietro quello spiraglio ronfava dolcemente, ignaro.
Il balzo della tigre sulla preda è tanto più fulmineo quanto più quatta e silenziosa fu la manovra di avvicinamento. Accendere la luce, scattare sul dormiente, agguantarlo, gettarselo sulle spalle prima ancora che cominciasse a sgambettare o avesse il tempo di strillare, portarselo di corsa di là, nel proprio sgozzatoio, fu per Max l’affare di venti secondi. Gli amici lo accolsero con soffocati gridolini di ammirazione e di festa. Poi, l’eccellenza Matsuoka, con gli occhietti sbarrati sulla mano di Max che gli tappava la bocca, fu messo a sedere su una poltrona. «Oh, il bell’omarino giallo» sibilava il Mugnani. «Oh, il bel risottino alla milanese! Mettiamoci un po’ di formaggio buono». E un cannello d’argento fu tosto introdotto nella narice destra del ministro, il quale, per non soffocare, fu costretto a tirare su una mezza cartata di quel eccezionale “formaggino”.
Che accadde in seguito. La cocaina ha le sue ore perse e senza storia. Ma è un fatto che la mattina alle sette e mezza, quando il segretario particolare del ministro si recò a svegliare, rispettosamente, il principale, lo trovò messo di traverso sul letto con un reggipetto agganciato attorno all’esile torace e, particolare significativo, alcune tracce di sangue sui pantaloni del pigiama verde loto.
Ecco perché l’incontro con Mussolini fu rimandato alle sei del pomeriggio e perché, una settimana dopo, Max Mugnani e tre dei suoi amici furono mandati al confino.
Ma un mese dopo, Galeazzo Ciano ricevette una lettera personale di Matsuoka nella quale il ministro gli esprimeva il suo ringraziamento per le magnifiche accoglienze fattegli a Roma, pregandolo al tempo stesso, di ringraziare per suo conto, in modo particolare, quel «simpaticissimo, raffinato signore che la prima notte, in albergo, aveva organizzato in suo onore una riuscitissima festa “neroniana” e, quindi, tipicamente imperiale». Se fosse riuscito a rintracciarlo, il ministro avrebbe spedito a quel signore un’onorificenza civile di notevole grado.
Questa è la storia della Notte di Matsuoka. Me l’ha raccontata, insieme a molte altre, altrettanto vere e altrettanto straordinarie, lo stesso Max Mugnani. Sonia Mactovic, che fu l’amica per tanti anni di Ettore Muti, me l’ha confermata. Altre testimonianze non mancano, attendibilissime. Che ne dice il senatore Franza?
E tu, che ne dici? Cosa si può fare di tutto ciò? Un tempo, prima che i nostri rapporti si allentassero in seguito al mio articolo su «Navi e poltrone», Longanesi mi aveva chiesto di fargli un volumetto di questi episodi. E ora? In questo momento, come forse sai, fra me e l’Europeo c’è parecchio freddo. Credo che cambiando o mascherando i nomi qualcosa per il Mondo ci potrebbe anche uscire, magari in alcune puntate; con “cauti” anticipi...
Tuo aff.mo
15 ottobre 1954

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