Con la fusione fredda il Pd fa un autogol

Il presidente della Repubblica non ha in mano la crisi di un governo,
ma quella della Repubblica. E lo è perché la sinistra ha pensato di
dover rinunciare alla sua anima per essere legittimata a governare.
Questa è stata la base dell'operazione Parisi, che ha incartato i
postcomunisti, chiamiamoli così come titolo d'onore, nell'Ulivo,
nell'Unione e nel Partito democratico

Il presidente della Repubblica non ha in mano la crisi di un governo, ma quella della Repubblica. E lo è perché la sinistra ha pensato di dover rinunciare alla sua anima per essere legittimata a governare. Questa è stata la base dell'operazione Parisi, che ha incartato i postcomunisti, chiamiamoli così come titolo d'onore, nell'Ulivo, nell'Unione e nel Partito democratico. I diessini si sono fatti imporre una forma di alleanza in cui essi erano schiacciati tra Diliberto e Di Pietro, dovevano portarne il peso e fare la sedia gestatoria di Romano Prodi.
Le forme politiche con cui i diesse sono andati al governo del Paese sono state sempre pensate in funzione della mimesi: trovare un modo per non dire la parola «comunista». Ciò li ha condotti ad accettare, per abbattere Berlusconi, di essere inclusi in un insieme di scatole cinesi che è il Partito democratico, fatto per nascondere sotto la mimesi di elezioni dirette nelle primarie come metodo permanente del partito la presenza dei comunisti e dei democristiani. Gli uni e gli altri si sono condannati a rimuovere la propria memoria come condizione per andare al governo. E pensare che questo non era nemmeno necessario perché gli elettori li conoscevano bene e li avrebbero votati lo stesso. Sia il Partito democratico sia l'Unione e l'Ulivo sono invenzioni di Parisi per ottenere che la volontà mimetica dei democristiani e dei comunisti desse luogo al loro nascondimento sotto il volto di Prodi, che diveniva così il legittimatore dei due partiti rimossi. Ex democristiani e postcomunisti hanno voluto conservare il loro potere, ma a prezzo di censurare la propria identità. E così sono diventati «democratici», mere creature politologiche create dal solo politologo che abbia cambiato la politica, Arturo Parisi. Ora questa operazione è giunta al termine. E vi è giunta, come la volta precedente, con il primo governo Prodi, grazie a una defezione interna alla maggioranza. Quella volta era consistente, era la sinistra antagonista che usciva dal governo per motivi di politica estera. Oggi Mastella esce dal governo per il suo processo di Santa Maria Capua Vetere e Dini che lo imita, esprimendo con il suo gesto l'ala rutelliana della Margherita.
La crisi è dunque interna al Partito democratico. Ed è nata dal fatto che ex democristiani e postcomunisti hanno avuto vergogna di dirsi tali e hanno scelto un essere generico indifferenziato e anonimo che non ha nulla di politico e di reale, è del tutto politologico. Se pensiamo che esso si ispira all'idea di impiantare in Italia il partito democratico americano, appare chiare la sua irrealtà. Che strane bestie sono i politologi! In quanto sociologi, essi considerano solo schemi astratti e generici, e dimenticano la storia; preferiscono il generale e aborriscono il particolare quando si rifiuta di essere generalizzato. Ed è questa identità astratta di «democratici» che è stata imposta alle due forze del passato che costituiscono il nuovo partito. I postcomunisti hanno sempre considerato un insulto essere chiamati tali. È stato un grave errore perché la storia del Pci ha delle vergogne come tutte le storie comuniste, ma ha una differenza e un'identità che non si possono disconoscere. Averle annullate ha logorato la sinistra italiana derivata dal Pci e la sua capacità di unire popolo e istituzioni.
Uscire dalla sacca di Parisi sarà difficile, liberarsi dalla mimesi di essere altro da sé ancora di più. Ma è la sinistra che ci precipita verso nuove elezioni in un Paese che è ai limiti minimi di fiducia nelle istituzioni e non vuole rieleggere la «casta». Fortuna che c'è il centrodestra, che c'è Berlusconi che ha il coraggio di chiedere le elezioni quando sa che, se vincesse, riceverebbe un Paese a cui dolgono le istituzioni, a cui duole uno Stato che non è più Stato. Berlusconi sa bene che cosa lo aspetta se vince le elezioni. Ma se non avesse voglia di vincerle, quale speranza rimarrebbe alla democrazia? Governare oggi l'Italia, dopo il governo Prodi, non conviene a nessuno.
Se esistessero ancora comunisti e democristiani in questa maggioranza bisognerebbe dire loro di battere un colpo contro il sistema di Arturo Parisi, che ha trasformato la loro volontà di nascondersi in un laccio mortale.
bagetbozzo@ragionpolitica.it