Fusione fredda: il Regno Unito guarda a uno studio italo-giapponese

Il progetto consiste nella trasmutazione nucleare a bassa energia durante un processo elettrochimico

Ludovica Carlesi Manusardi

In un elenco recentemente stilato dal ministero della Difesa britannico (la Gran Bretagna si trova alle prese con 2,3 milioni di metri cubi di scorie radioattive il cui smaltimento costerebbe la cifra iperbolica di 10 miliardi euro) sono citati alcuni esempi di scienza non convenzionale particolarmente degni di attenzione: al primo posto di questo elenco c'è la fusione fredda con un esperimento molto appetibile. Come mai? Il riferimento è molto preciso e, come riportato da questo giornale in un articolo dell'aprile 2005, riguarda i risultati di una serie di esperienze condotte con successo fin dal 2000 da ricercatori giapponesi di Mitsubishi Heavy Industry coordinati da Yasuhiro Iwamura, e confermati anche tramite tecniche alternative presso i laboratori di Frascati dell'Infn da un gruppo di lavoro guidato da Francesco Celani: trasmutazione nucleare a bassa energia durante un processo elettrochimico. Nell'esperimento giapponese è stato dimostrato che, in una cella gassosa opportunamente assemblata, quantità di cesio e stronzio naturali possono essere trasmutate in elementi chimici diversi e precisamente in praseodimio (una terra rara) e molibdeno, con un impiego irrisorio di energia. Al di là degli aspetti scientifici propri, queste ricerche potrebbero aprire prospettive inedite per il futuro energetico del pianeta. Infatti isotopi radioattivi di cesio e stronzio sono i più abbondanti e pericolosi costituenti delle scorie nucleari, e, se dispersi nell'ambiente, entrano nella catena alimentare. In sintesi, se si riuscisse a fare un esperimento in cui quantità di elementi radioattivi venissero trasmutati in elementi innocui, impiegando tra l'altro poca energia, si potrebbe finalmente rimuovere il principale ostacolo all'impiego estensivo e duraturo dell'energia nucleare eliminando l'attuale costosa e complessa gestione delle scorie medesime.
Conferme a questi risultati sono arrivate nei mesi scorsi, oltre che dalla Mitsubishi di Yokohama, anche da laboratori americani, russi, francesi e italiani e discusse in una conferenza internazionale tenuta in Giappone nel dicembre 2005. Anche se manca ancora una teoria completa che fornisca spiegazioni esaurienti a questi fenomeni, è opinione condivisa che si tratta di una nuova categoria di reazioni nucleari della materia condensata sulla quale sono in corso indagini approfondite. Il problema che si apre a questo punto è tutto operativo. L'Italia ha le capacità e le competenze per procedere a una verifica del fenomeno impiegando elementi radioattivi, e gli scienziati giapponesi sono disponibili a una collaborazione paritetica con il gruppo di ricercatori dell'Infn, da anni impegnati su questo filone di ricerca, per realizzare un esperimento congiunto articolato in due tempi: verifica di fattibilità del processo; passaggio alla fase pre-industriale qualora gli esiti fossero, come si spera, positivi.
La consistenza delle prospettive che si potrebbero aprire è dimostrato tra l'altro dalla disponibilità offerta da altri partner importanti: la Stm di Cornaredo (Milano), la Orim di Macerata, la Pirelli Labs, limitatamente a soluzioni teoriche del progetto, e il gruppo Csm di Castel Romano, luogo dove potrebbe nascere il nuovo laboratorio.
«Un'opportunità irripetibile per i nostri scienziati e per il mondo della ricerca in genere con ricadute inimmaginabili - afferma Francesco Celani - anche perché la stima delle risorse necessarie è abbastanza contenuta: si tratta di 24-25 milioni di euro suddivisi in quattro anni (due per la fase sperimentale e due per la fase industriale). Una possibilità di affrancare finalmente l'Italia dalla dipendenza energetica che penalizza fortemente le nostre imprese».