Un futuro da Banca di Sviluppo Il governo cambia pelle alla Cdp

da Roma

La Cassa depositi e prestiti cambia mission, avvicinandosi sempre più alla sua «collega» francese, la Caisse des Dépôts, e focalizzandosi sul finanziamento delle infrastrutture, non soltanto grandi opere ma anche infrastrutture «sociali» nel territorio. «La riflessione è in corso, il consiglio della Cassa dev’essere rinnovato in primavera e il presidente ha assunto le funzioni da poche settimane - ha detto Tommaso Padoa-Schioppa nel corso di un’audizione alle commissioni riunite Bilancio e Finanze del Senato - ma la vocazione della Cdp non è una holding di partecipazioni, che sono state assunte in circostanze particolari».
Ai senatori il ministro dell’Economia ha presentato una sintesi in cui si legge che «è possibile il ripensamento del mantenimento, in capo a una società controllata dallo Stato, della funzione di finanziamento agli enti locali secondo criteri di uniformità delle condizioni di accesso». Si ragiona inoltre sul «possibile ampliamento delle aree di intervento e degli strumenti della Cdp, in linea con le maggiori casse europee, con focus particolare sullo sviluppo infrastrutturale». Da valutare, infine, un«rafforzamento» dei legami con Bancoposta.
Fonti della Cdp confermano che «siamo alla vigilia di un cambiamento», in un quadro di «piena intesa» tra i vertici della cassa, il ministro dell’Economia e le Fondazioni bancarie che detengono il 30% delle quote azionarie (il restante 70% fa capo al Tesoro). In sostanza, la Cdp potrebbe trasformarsi in una Banca di Sviluppo. Difficile, invece, capire fin d’ora se è intenzione del governo lasciare alla Cdp la «gestione separata», cioè il finanziamento degli investimenti di Stato, Enti locali ed Enti pubblici. Nei prossimi giorni Padoa-Schioppa dovrebbe discuterne coi vertici della Cassa, il presidente Alfonso Iozzo e il direttore generale Nino Turicchi. Resta aperto il nodo delle partecipazioni azionarie che fanno capo alla Cdp, che oggi hanno un valore di circa 20 miliardi di euro, grazie a una plusvalenza implicita di 6 miliardi e mezzo di euro di cui ha parlato nei giorni scorsi in viceministro dell’Economia Roberto Pinza in un’audizione a Montecitorio. «La vocazione della cassa non è quella della holding di partecipazioni», ha confermato al Senato Padoa-Schioppa.