Il futuro degli ex Dc si disegna tra pranzi e intese in corridoio

Giovanardi a tavola col segretario, Cuffaro coi suoi. Lombardo: «Solita orchestra dorotea per avere la Rai o collegi sicuri»

Marianna Bartoccelli

da Roma

Finita la relazione del segretario nazionale, è subito pausa al II Congresso nazionale dell’Udc. Giovanardi va a pranzo con Follini, scegliendo un ristorante del centro, meta solita dei politici che contano. Serve per rassicurarlo che non ci sarà alcuna candidatura alternativa, ma forse anche per discutere sul che fare visto che Giovanardi ha poco più di una settimana per decidere se andare a occupare un posto a Bruxelles o rinunziare e restare ministro. Cuffaro sceglie un locale vicino alla sede del congresso e porta con sé soltanto alcuni dei suoi collaboratori stretti. Il presidente del congresso, palesemente soddisfatto del suo ruolo, preferisce non dire una parola in più fuori dal ruolo istituzionale che deve svolgere in queste giornate romane. Sa che in questo congresso si decide anche del suo futuro ruolo politico e preferisce il silenzio.
Al di là del dibattito saranno le cene, i pranzi, gli incontri di corridoio a definire l’ossatura dell’Udc nuovo corso, che guarda al dopo 2006. Gasati dalla relazione del leader, tutti, almeno il primo giorno, vogliono evitare polemiche: «Non è il tempo di decidere incarichi, adesso dobbiamo puntare al comitato nazionale». Tocca infatti all’organismo (circa 200 eletti, uno ogni nove candidati) definire il nuovo presidente, il vicesegretario, i responsabili dei vari settori e soprattutto attraverso quali fasi e quali nomi arrivare al partito «nuovo» come lo ha chiamato Marco Follini nella sua relazione. Tutti, da Baccini, il ministro romano, a Giampiero D’Alia, il sottosegretario siciliano, si affrettano a spiegare che è il momento dei contenuti. Baccini affila le sue armi per la relazione di oggi, e anche se si dichiara folliniano convinto, teme che la prudenza sia troppa e non vede troppo di buon occhio che anche dal congresso esca fuori il nome di Roberto Formigoni come unica possibile alternativa a Silvio Berlusconi. Come sembra suggerire lo stesso Follini quando sottolinea che Casini «non mi sembra ansioso di fare cose diverse da quelle che ha fatto fin qui».
Così la futura leadership del centrodestra entra nel dibattito congressuale con l’occhio agli equilibri di casa Udc. E se dalla Sicilia, il Grande Assente, Raffaele Lombardo, sostiene che si tratta «della solita musica che si inquadra nella vecchia orchestra dorotea per ottenere la presidenza Rai o collegi sicuri», a Roma Mario Tassone ribadisce che è il tempo di sviluppare il progetto politico: «Il congresso non è il referendum su Berlusconi e sulla scelta o no di un nuovo candidato premier». Intanto si cominciano a presentare le mozioni. Già tre quelle dei siciliani, volute da Cuffaro: la prima sul contenitore unico dei moderati che somigli al Ppe; la seconda sul Mezzogiorno ormai Mezzogiorno d’Europa, dopo il rimprovero a Follini di aver parlato poco del Sud; la terza, come promesso all’amico Lombardo, prevede «il riformismo regionale per i partiti». Non poteva mancare la mozione post-referendum. La presenta Luca Volontè e parla di «corretta applicazione della legge 194 affinché non divenga uno strumento di limitazione delle nascite».