IL FUTURO DELL’UNIONE

Mario Sechi

da Roma

Il gioco dell’Opa è finito, quello del Partito democratico è (ri)cominciato. Con un tempismo beffardo il caso ha voluto che i tempi della realpolitik e quelli della finanza fossero paralleli. Così ieri quando è arrivata la notizia che Bankitalia aveva detto no a Unipol mentre Romano Prodi cominciava a spargere incenso su Piero Fassino e Massimo D’Alema, qualcuno ha sussurrato: «È l’ora del De Profundis».
L’esito della direzione dei Ds è ancora incerto, ma il pellegrinaggio del presidente e del segretario del partito dal Professore ha fatto capire a tutti che la stanza dei bottoni si è spostata da via Nazionale, sede del Botteghino, a piazza Santi Apostoli, quartier generale prodiano.
Fino a qualche settimana fa la situazione della Quercia poteva essere catalogata come «grave ma non seria», con l’ingrossarsi della piena Unipol però il caso è diventato pure serio e quando i vertici del partito hanno dato un’occhiata agli ultimi sondaggi in molti sono stati colti dalle palpitazioni. Il Fassino in versione «abbiamo una banca» e il D’Alema vestito da «capitani coraggiosi» costerebbero alla Quercia circa un milione di voti, un calo brusco dal 22 al 18 per cento dei consensi, un’astensione monstre degli elettori (900mila) di cui solo le briciole (100mila) finirebbero a Rifondazione e la Rosa nel Pugno. Si dirà che i sondaggi passano e spesso lasciano pure il tempo che trovano, ma la sensazione è che al Botteghino sia cominciato il periodo dei saldi. È suonato il gong, ma è suonato pure il pugile e oggi in direzione lo si vedrà barcollare ma non andare ancora al tappeto.
C’è chi è pronto a giurare che, alla fine, «si troverà un accordo e ci sarà pure l’unanimità». Tutto risolto? No, perché «se il gioco del Monopoli» nel Botteghino è chiuso, quello della leadership nella coalizione fino a poche ore fa sembrava ancora aperto. Sembrava. Perché nel momento di massima debolezza dei Ds, Romano Prodi (con la regia neorealista dietro le quinte di Arturo Parisi, l’uomo che aveva aperto la questione morale nel centrosinistra con un’intervista al Corriere della Sera il 5 agosto 2005) ha sferrato un’offensiva che ha messo davanti alla cruda realtà della situazione quelli che Fabio Mussi ha definito «i due consoli» del partito, Fassino e D’Alema.
Le diarchie nella storia hanno sempre fatto una brutta fine, divisi politicamente sulla strategia di difesa (e d’attacco), presidente e segretario si sono ritrovati uniti al telefono (amico). Così Prodi ha avuto buon gioco nel proporre la sua ricetta per “cucinare” entrambi con una operazione a tappe: prima una lunga lettera alla Stampa con il tono accorato e lo sguardo compassionevole di chi detta le sacre leggi e soprattutto si guarda bene dall’esprimere solidarietà ai malcapitati della Quercia; poi sul sito di Governare Per (l’associazione politica del Professore) accelera online la costituzione del Partito democratico; ieri riceve la strana coppia del Botteghino e incassa il loro sì obtorto collo; infine oggi brinda al successo del piano con Francesco Rutelli al quale sta bene mettere il sigillo su una pax che per i Ds suona come una resa senza condizioni. Come dimostra l’sms ironico che ieri rimbalzava sui telefonini ulivisti: «Se non ora quando? Era il titolo del documento degli ulivisti datato 17 ottobre 2005 per accelerare sul Partito democratico: è il documento che spinse Rutelli alla svolta. Oggi è diventato il titolo del Riformista, c’è da preoccuparsi?».
Per i Ds sì, che si sono ritrovati in vicolo cieco. La minaccia dalemiana di correre da soli e «giocare tre punte» si è rivelata un bluff con il trascorrere delle ore e l’ascesa del rumore sordo del tam tam politico-giudiziario. È vero che il Correntone e molti altri spezzoni dei Ds vedono il Partito democratico come il fumo negli occhi, ma sono posizioni residuali che neppure D’Alema è in grado di governare o capitalizzare in favore della sua fazione. L’effetto Opa rischiava di trascinare il partito nella battaglia delle Midway e ora che è svanito «in molti sono contenti e hanno tirato un sospiro di sollievo» commenta chi legge il sismografo del Botteghino. Quel sospiro di sollievo è stato raccolto da Prodi. «Siamo troppo vicini alla campagna elettorale» commentano nella Margherita. L’iniziativa del leader dell’Unione viene considerata provvidenziale: mette in campo la carta del Partito democratico che serve ad arginare la piena di malcontento degli elettori, a sopire le polemiche interne alla sinistra, a rispondere «colpo su colpo» al centrodestra e a riportare nell’alveo del centrosinistra quei poteri forti che - cessato il pericolo delle Opa ostili - possono concentrarsi nell’opera di demolizione di Berlusconi. C’è chi è pronto a giurare che si tratta «di una lettura troppo ottimistica» perché le resistenze nei Ds al progetto del Partito democratico «sono reali» e «lo scatto di Prodi forse non aiuta». «Si è chiuso tutto, si farà il listone alla Camera e non al Senato e si costruisce un nuovo soggetto politico», diceva un esponente della Margherita. «È la strategia obbligata per fermare l’emorragia di voti dei Ds», dicono con soddisfazione i fan del Partito democratico.
Una strategia che però è letteralmente «sub iudice».