IL FUTURO IN DIALETTO

Aveva ragione Rossella O’Hara, alla fine ti resta la terra. Le radici, Tara, la polvere che ti sporca le mani, certe espressioni che solo chi è nato dalle tue parti può capire, un paio di proverbi senza traduzione. Come fai a spiegare a uno di Milano cosa vuol dire apucundria? Non è angoscia. Non è solo melanconia. Non è blues. Apucundria è solo apucundria. Come fai a raccontare l’orgoglio antico, roba che ha a che fare con Cicerone e Caio Mario, nascosto nella parola pescrà, che vuol dire semplicemente dopodomani e viene dal latino post cras. C’è un collega che ogni tanto, quando non gli va bene un pezzo, spara in barese un Crìste dè u pàen a ce na tine dint.
Il dialetto funziona. Non è più chiusura. Non è analfabetismo. Ma è un marchio di origine controllata, l’altra faccia della globalizzazione. Non è poi così strano. Nell’era delle merci senza identità, nel mondo dove tutte le vacche sono nere, il dialetto sembra avere ancora qualcosa da dire.
Basta poco. Il call center, anzi il centralino, del Comune di Como risponde ai cittadini in tre lingue: italiano, inglese e comasco. In poco più di 24 ore arrivano 3.500 telefonate, contro le 388 di media. A Como ne parlano tutti. Poi la notizia corre per il resto d’Italia. Qualcuno sorride dell’ultima pacchianata nordista. Intanto gli spagnoli de El Mundo chiamano il sindaco per un’intervista. Si chiama Stefano Bruni, primo cittadino in quota Pdl e alleanza leghista, e spiega che il servizio in dialetto è utile soprattutto per gli anziani.
Qualcosa bisogna riconoscerlo a questi ruspanti amministratori federalisti. Tutta gente che ha letto Tremonti. Forse hanno scoperto la formula per navigare nel futuro. Un’intuizione politica e culturale che ricorda la rivoluzione artistica di Piero della Francesca. È l’Italia a tre dimensioni: locale, nazionale, globale. È il sogno dei federalisti di nuova generazione, quelli che in qualche modo stanno superando e completando l’orizzonte lùmbard del patriarca Bossi. Il dialetto non è il ritorno al passato. Non è rivendicazione, autarchica. Ma è la consapevolezza che la tradizione è un capitale. I pistacchi di Bronte, il bergamotto di Reggio, le mele della val di Non, quel gigante chiamato parmigiano, il federalismo italiano dei vini e del gusto sono l’ultima muraglia contro l’etichetta che ormai accompagna, dall’iPod alle Nike, la globalizzazione. Quell’etichetta che recita «made in China».