Il futuro di Israele sarà deciso dagli indecisi

Luciano Gulli

nostro inviato a Tel Aviv

Ah, che fervore. E che elettricità nell’aria. E che goduria dipinta sui volti lustri dei carpentieri che, elmetto in testa, stanno montando il palco al quartier generale del Labour, tra una gigantografia di Ben Gurion e una di Rabin. Stanotte, dopo gli exit poll delle 22, quando il gran popolo degli indecisi avrà detto la sua, da quel palco il popolo dei laburisti spera in cuor suo di sentir rimbombare un numero magico: 25. Venticinque seggi alla Knesset, quanti nessuno degli attivisti che hanno battuto le contrade del Paese e attaccato manifesti fino all’alba nelle ultime tre settimane si sognava di agguantare.
«Oddio - corregge sorridendo la signora Ifat Zohar, portavoce del leader Amir Peretz -, noi ci contenteremmo di 23, 24 seggi». «Ma anche 21 - aggiunge la bionda Ifat giocando al ribasso - sarebbero per noi un ottimo risultato». Jeans, T-shirt con l’immagine di Topolino stampigliata sul petto, i capelli legati a coda di cavallo, Ifat ha svegliato di primo mattino il capo urlandogli nelle orecchie i numeri sortiti dagli ultimi sondaggi: Kadima, il partito di centro destra di Ehud Olmert, in discesa a 34 seggi; il Labor a 21, in netta risalita rispetto alle previsioni degli ultimi giorni; il Likud di Benyamin Netanyahu a 14, se non addirittura a 13, secondo le previsioni di Yedioth Ahronoth.
«Se devo dirle la verità - commenta la portavoce di Peretz - per noi non è poi questa gran sorpresa. Nelle ultime tre settimane Peretz ha fatto il giro del Paese. E ovunque ha avuto accoglienze trionfali. Insomma, il polso dell’elettorato già ce l’avevamo». Il segreto: aver smesso di parlare di pace ed essersi concentrati, dico Peretz, su certi aspetti di politica sociale sui quali gli altri leader hanno volato alto, ma così alto che non si riusciva neppure a vederli col radar. In Israele ci sono un milione e mezzo di cittadini vicini alla soglia di povertà (che è pur sempre stimata tale quando un nucleo di 5 persone arriva a mettere insieme 700 dollari al mese). Ecco, è bastato ribadire nei comizi che quei 700 dollari devono diventare almeno 1.000, per guadagnare al partito di Peretz il favore di grandi masse di immigrati dell’ultima ora. I quali, prima ancora che alla pace con gli eredi di Arafat sono interessati alla soluzione di un altro rebus non meno difficile: come sbarcare decentemente il lunario.
«Il fatto è che Shimon Peres e Haim Ramon, decidendo di lasciare il partito per aderire a Kadima, si erano portati appresso un bel numero di voti - sostiene Ifat Zohar -. Tutta gente affascinata dalla fortuna politica di Ariel Sharon. Ma ora che il posto di Sharon è stato preso da Ehud Olmert, molti sono i delusi che tornano all’ovile».
Ci sono altri delusi, e sono folla, che non sono tornati all’ovile. Ed è l’elettorato del Likud, il partito rimasto come un cerino acceso nelle mani di Bibi Netanyahu. Nel quartier generale del Likud, un grigio palazzone di 15 piani inutilmente incartato nelle bandiere del partito, l’aria è piuttosto moscia. Tra i manifesti elettorali appesi alle pareti spicca quello con lo struzzo che tiene la testa ostinatamente affondata nella sabbia. «Non nascondiamo la testa di fronte al pericolo», dice lo slogan. E il pericolo, inutile spiegare qual è. «Forti contro Hamas», recita un altro tazebao, a scanso di equivoci.
I sondaggi vedono il Likud inchiodato a 14 seggi. E solo un abbraccio mortale con gli estremisti russofili di Avigdor Lieberman (il partito è l’Yisrael Beiteinu) potrebbe dare alla destra una qual certa visibilità alla Knesset. Sempre che Olmert non giochi d’anticipo, come sospetta il leader del Labour, imbarcando il partito di Lieberman in una coalizione più vasta per lasciare nell’angolo il Likud. «Chi ci capisce qualcosa, di queste elezioni, è bravo», sbotta miss Karmon Odelia, braccio destro di Netanyahu, puntando il dito sui 28 seggi ancora «in mano» agli indecisi.
«Il dato più impressionante di questa tornata è l’estrema confusione dell’elettorato. Scendi nelle strade, parli con la gente, e una volta su tre ti senti rispondere che non hanno ancora deciso a chi dare il voto. Dico: a 24 ore dalle elezioni! La verità è che niente è più come prima».
Sulla via del ritorno passo da Nevè Shalom, l’utopico «villaggio della pace» dove da oltre vent’anni convivono in armonia 25 famiglie di ebrei e altrettante di palestinesi (10 di queste ultime di religione cristiana). Il muro voluto da Sharon finirà per fare polpette di un sogno ostinatamente coltivato dalla comunità. Ma Rayek Rizek, segretario generale del villaggio (una specie di sindaco) non è disposto a gettare la spugna. «Il nostro resterà un esempio. E continueremo a dire che Hamas non è più radicale del Likud. La verità è che ci vorrebbe, in ognuno dei due campi, un Nelson Mandela. Ma nessuno, né Olmert né il presidente palestinese Abu Mazen gli somigliano. Il muro non porterà la pace. Servirà solo a dividere, penalizzando i palestinesi, due popoli che verrebbero condannati a restare nemici».