Il futuro segnato di Igli Tare «Destinato a volare in Europa»

Era prevedibile. Suo padre, Isa, sua madre, Alexandra, avevano scelto il nome del pupo: Igli. In albanese significa Aquila. Prima o poi gli doveva capitare: vivere a Roma e lavorare con la Lazio. Igli Tare non ha bisogno di volare come Olimpia, ha già dato, in vari cieli, dalla patria sua alla Grecia, alla Germania, prima di atterrare sulla terra del sogno infantile: «Sì, l’Italia, trascorrevo le vacanze a Valona e quasi sfioravo il vostro Paese, sentivo le musiche, guardavo le vostre televisioni». Sentivo le musiche è una frase dietro la quale ci sta il regime: «Il comunismo ci impediva di ascoltare le radio straniere, di poter vedere i programmi televisivi europei, di leggere pubblicazioni occidentali, di sapere, di conoscere. Ma il regime garantiva il lavoro, per tutti, lo Stato funzionava, i servizi sociali erano perfetti, però dovevamo rinunciare ad altre cose importanti, la libertà della parola figlia del pensiero, la possibilità di portare i capelli lunghi, di indossare i jeans, di ascoltare la musica straniera. Io ero privilegiato: a quindici anni giocavo a pallone, avevo un contratto di ottomila lech, diciottomila euro, andavo all’estero con la mia squadra, compravo stereo, scarpe, pantaloni, tutto quello che non potevo trovare in Albania. Poi è caduto il regime, la democrazia ha cancellato la dittatura più brutta dell’Est europeo ma ha cancellato anche quel poco di buono e di bello che esisteva e di colpo mi sono ritrovato con otto centesimi, questo valeva, da un giorno all’altro, il mio salario. L’Albania si è frantumata, hanno aperte le galere, sono partiti del mio paese ladri e miserabili, una fuga verso chissà dove, voi sapete bene quello che abbiamo sofferto per colpa di figure e figuri che ci hanno fatto male. Razzismo? Ho subìto, una sola volta però, un insulto da un avversario che in campo mi ha urlato “albanese di merda” (Mihajlovic, ndr) poi ha chiesto scusa».
L’aquila Tare era sbarcato in Italia pensando di essere ancora a Tirana: «Quando arrivai a Brescia, nel campo di Erbusco dove si allenava la squadra, non potevo credere a quello che vedevo, spogliatoio e docce da paese arretrato, acqua fredda, e pensai: ma come può lavorare in un ambiente del genere uno come Roberto Baggio? Ci sono alcune affinità con il mio Paese, l’indisciplina, una mentalità che porta a sprecare energie».
Tare calciatore prima, dirigente dopo, spalla di Lotito, consulente di mercato e di altro: «Ho sempre immaginato la mia carriera oltre il campo di calcio. Lotito mi ha offerto questa possibilità ma non decido da solo, questa è la nostra virtù».
La famiglia Tare non viveva e non vive a pane a e football. Suo padre è laureato in ingegneria militare ed ancora oggi primatista nazionale di lancio del disco, sua madre ha una laurea in chimica, suo fratello Auron, ex cestista, è stato direttore del parco nazionale archeologico di Butrinto, uno dei più importanti del mondo e patrimonio dell’Unesco, attualmente tiene corsi di archeologia in varie università americane. Igli ha voluto confermare questa «cultura» comprando, per ventimila euro, la statua di Ascelpio, che era stata rubata al museo nazionale dopo la caduta del regime, e restituendola al Paese: «L’avevo vista in televisione, quella statua, durante un’intervista di Bonolis nella casa di un facoltoso imprenditore romano che a sua volta, in buona fede, l’aveva acquistata ad un’asta londinese. È intervenuta l’Interpol. Il mio gesto è servito a scuotere il governo albanese».
La statua è di nuovo a Butrinto, Igli sta a Roma con qualche nostalgia: «Vivere e lavorare qui è difficile, pensavo di poter giocare ancora ma Lotito mi ha dato l’occasione di pensare e di decidere. Le difficoltà, quelle dell’anno scorso, mi hanno aiutato a crescere, Lotito è strano per chi non lo conosce. A Brescia ho conosciuto Corioni, un uomo di calcio, a Bologna Gazzoni, un signore. Lotito è l’innovazione del football, è un valore aggiunto e ci vorrà tempo per capirne completamente la filosofia».
Poi c’è Reja: «È un uomo tranquillo, non spaccia calcio, lo vive nella misura giusta, trasmette serenità al gruppo, lo sa gestire. Questa è una squadra destinata a entrare in Europa e a restarci, la Lazio è un club importante, un punto di arrivo e non di partenza. Qualcuno ci paragona al Verona dello scudetto ma con tutto il rispetto per quella squadra dico che la Lazio oggi non ha una rosa di fenomeni ma di calciatori importanti, abbiamo la cultura del noi e non dell’io (frase che ormai è diventata il manifesto elettorale laziale). Stiamo ancora crescendo».
Cresce anche il figlio di Igli e Sandra, la moglie tedesca. Si chiama Etienne Noel, ha sette anni ma calza il 36 di scarpa ed è alto 1 e 37, gioca con i pulcini della Lazio e se qualcuno gli tocca l’aquila, che non è soltanto suo padre, è capace di tutto. L’importante è che non tocchi le statue.