«Con Gül presidente la Turchia dovrà indossare il velo»

da Ankara

A due giorni dalla sua candidatura a presidente della Repubblica turca, Abdullah Gül deve fare i conti con il fatto che una parte del Paese non lo vuole. Il suo passato da militante in un partito islamico, dichiarato incostituzionale, e il velo islamico indossato da sua moglie pesano negativamente sulla sua immagine.
Non piace a una parte di stampa turca, primi fra tutti i quotidiani Hurriyet e Milliyet, che hanno ironizzato sul capo coperto della sua consorte e avvertito che con Gül presidente «non vi saranno più ostacoli al velo islamico in Turchia». Non lo vuole una parte del popolo turco, che ieri è sceso in piazza a Istanbul e ad Ankara, urlando «Gül stai lontano dalla presidenza della Repubblica». Nella capitale un gruppo di manifestanti si è spinto fin sotto il Kosk, la residenza del capo dello Stato, gridando «la Turchia è laica e resterà laica». Per domenica, a Istanbul, è previsto un grande corteo, come quello recente ad Ankara, dove è sceso in piazza quasi un milione di persone. Gül piace poco anche ai militari, che si aspettavano un candidato più moderato e con un passato politico diverso dal suo.
Alle critiche e alle proteste si aggiungono i problemi politici. L’Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo, di orientamento islamico-moderato), attualmente al governo e che sostiene Gül, non ha numeri per fare eleggere il suo candidato. Anzi, non ha deputati sufficienti neppure per dare il via alla votazione. Secondo la Costituzione, infatti, per eleggere il presidente della Repubblica, al primo e al secondo turno devono essere presenti in parlamento i due terzi degli eletti, cioè 367. L’Akp, partito di maggioranza, ne ha solo 354. E l’opposizione minaccia di boicottare la votazione facendo mancare il numero legale. Su tre partiti, è quasi certo che nessuno fornirà a Gül quei 14 voti che gli servono per conquistare la presidenza.
Qualche settimana fa Bulent Arinc, presidente del Parlamento e membro dell’Akp, aveva detto che la sua formazione potrebbe votare anche da sola, ricordando che nel 1989 Turgut Ozal fu eletto presidente della Repubblica nelle stesse condizioni. Ma il Chp (Partito repubblicano del Popolo), principale voce della minoranza, ha detto che, se si verificherà un’eventualità del genere, faranno appello alla Corte costituzionale. E ieri il presidente dell’Alta corte, Tülay Tugcu, ha affermato che, se riceverà un ricorso di questo genere, riunirà immediatamente il Consiglio supremo per decidere entro tre giorni.
Nel pomeriggio di ieri Gül ha replicato, dicendo che l'Akp è in possesso di un piano B: tornare alle urne. «Se l’opposizione - ha spiegato - farà veramente ricorso alla Corte costituzionale noi andremo a elezioni anticipate. Non vogliamo che si crei altro caos nel Paese. Questa è la democrazia». Ipotesi che l’opposizione non teme, ma che anzi ha auspicato. Nel frattempo le consultazioni continuano, nella speranza che almeno Anavatan (il Partito della Madre Patria) gi conceda i 14 parlamentari che mancano per eleggere Gül capo dello Stato.
Ma domani si vota, con o senza il numero legale. E nel Paese la tensione sale. Ieri pomeriggio, infatti, il costituzionalista Erdogan Tezic è scampato a un attentato. Un giovane si è avvicinato alla sede dello Yok, l’Istituto per la formazione superiore, di cui è presidente, e ha chiesto di parlare con lui. Dopo le resistenze della guardia all’ingresso del palazzo, ha tirato fuori una pistola e sparato tre colpi in aria, fuggendo subito dopo. L’attentatore, un uomo sulla trentina, vestito in modo sportivo, non aveva scelto il suo bersaglio a caso. Tezic, infatti, fu il primo a chiedere al premier Erdogan di non candidarsi alla presidenza della Repubblica, perché giudicato poco imparziale, e a sollevare la questione del quorum in Parlamento. La stessa per la quale adesso Gül rischia di non essere eletto.