G20 a metà novembre ma le Borse cedono

Il vertice straordinario del G20 sulla crisi dei mercati si terrà a Washington il prossimo 15 novembre, ma le Borse non sembrano riporre alcun tipo di speranza nelle capacità taumaturgiche del summit. Il mondo è malato di recessione: lo si sente dire a voce alta dall’Estremo Oriente fino alle Americhe; lo si vede nelle cifre, ancora una volta drammatiche, con cui ieri le Borse hanno fatto i conti con un pessimismo pesante, ma che sale leggero come un palloncino.
Perfino il prezzo del petrolio, crollato fino a 64,59 dollari nonostante l’Opec sia intenzionata a far sparire dalla circolazione 1-1,5 milioni di barili al giorno, è solo un’apparente buona notizia: in realtà riflette una domanda destinata ad assottigliarsi. In questo tirar di cinghia globale, nutrito dalla consapevolezza dell’ormai chiusa stagione dei maxi-salvataggi finanziari, le Borse recitano la loro parte: ieri l’Europa ha lasciato sul terreno altri 270 miliardi di euro di capitalizzazione, quanti ne hanno sacrificati ribassi tra il 3,47% di Milano e l’8,16% di Madrid. Sarà forse il Vecchio continente a pagare il prezzo più alto della depressione, dicono da tempo alcuni economisti. Nella migliore delle ipotesi, come avverte ora anche Standard&Poor’s, l’Europa va verso la crescita negativa, con l’Italia in stallo. Il premier inglese, Gordon Brown, è sulla stessa linea di S&P: la crisi finanziaria «causerà probabilmente una recessione nel Regno Unito».
Insomma: altro che l’isola felix, turbata solo dalle minacce inflazionistiche, raccontata fino a non molto tempo fa dalla Bce. Dopo il taglio ai tassi concertato con i colleghi delle principali banche centrali all’inizio del mese, adesso il numero uno, Jean-Claude Trichet, potrebbe muoversi da solo. Non una, due volte: la prima in novembre, l’altra in dicembre. Così, l’arrancare di Eurolandia unito alle attese di una doppia sforbiciata al costo del denaro, produce un effetto debilitante sull’euro, sceso ieri fino a 1,2743 dollari, punto più basso degli ultimi due anni. Secondo alcuni calcoli, 60 miliardi di dollari sarebbero già riaffluiti negli Usa. Va invece un po’ meglio sui tassi interbancari, con l’Euribor a tre mesi scivolato al 4,936% dal 4,968% di martedì.
Negli Stati Uniti, invece, la prima tornata di relazioni trimestrali ha gelato le (poche) speranze di ripresa: tra lunedì e martedì le società che hanno divulgato utili inferiori alle attese sono state pari al 45%. Tra queste, ieri, Boeing e Merck, mentre Wachovia ha comunicato una perdita di 23,7 miliardi di dollari. Il buon andamento tra luglio e settembre di Mc Donald’s e di Apple (grazie alle vendite dell’iPhone), non ha però cambiato l’umore nero di Wall Street, dove il Dow Jones è crollato del 5,69% e il Nasdaq del 4,77%. Il Fondo monetario internazionale è stato chiaro: gli Stati Uniti sono finiti intrappolati in un ciclo negativo che farà praticamente azzerare la crescita nel 2009 (+0,1%), e stavolta la ripresa tarderà a prendere consistenza.
Che la crisi sia ormai globale è evidente non solo dall’avvitarsi delle Borse asiatiche (-6,8% Tokio), ma anche dal collasso di quella argentina (-16%), dopo la decisione del governo di nazionalizzare fondi pensione per 30 miliardi di dollari, e di quella brasiliana sospesa per eccesso di ribasso.
In questo clima pesante si va verso il G20 previsto per la metà del mese prossimo, al quale forse prenderà parte anche il neopresidente Usa, anche se George W. Bush resterà formalmente alla guida del Paese fino al 20 gennaio. Il portavoce della Casa Bianca, Tony Fratto, ha elogiato il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, per il «notevole lavoro nello sviluppo, attraverso il Forum per la Stabilità Finanziaria, di iniziative volte a migliorare il funzionamento dei mercati e a rafforzarne la stabilità». Un primo punto messo a segno dall’Italia.