G8, crolla il teorema della procura: 30 assolti

La sentenza dei giudici di Genova nei confronti degli agenti di
Bolzaneto sulle violenze in caserma: "Non ci fu tortura né crudeltà". I pm avevano chiesto il carcere per tutti gli imputati, ma le condanne sono solo 15

Genova - Oltre dieci ore di camera di consiglio, segno evidente di incertezza e disagio nell’esprimersi sui presunti abusi commessi da 45 fra appartenenti alle forze dell’ordine, medici e infermieri nei confronti dei no global nella caserma di Bolzaneto, periferia di Genova, all’epoca del G8 del luglio 2001. Infine, alle 22 di ieri, la sentenza: 15 condanne a pene variabili fra i 5 mesi e i 5 anni, e 30 assoluzioni, a dimostrare che il «teorema» della procura - tutti colpevoli - è stato praticamente smantellato. I giudici non hanno riconosciuto l’aggravante della crudeltà e dei motivi abietti assimilabili al reato di tortura.

La pena più ingente è stata inflitta ad Antonio Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria. Sono stati comminati complessivamente 24 anni di carcere, contro i 76 anni, 4 mesi e 20 giorni chiesti dai magistrati Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. Ma la sensazione, da parte degli avvocati difensori, è che ci si trovi di fronte a un giudizio a dir poco contraddittorio, confuso e comunque non equilibrato. «Restiamo in attesa delle motivazioni. Ma intanto - spiega fra gli altri l’avvocato Umberto Pruzzo - fa specie che siano state condannate persone che, al momento dei fatti, neanche si trovavano nel luogo delle presunte violenze».

I legali erano stati convocati in aula fin dal pomeriggio in attesa di un verdetto che invece è stato rinviato ora dopo ora. Una decisione «ritardata» quasi si volesse «compensare» l’accelerata data negli ultimi giorni al processo. Erano stati infatti gli stessi pm a chiedere di arrivare quanto prima alla sentenza di primo grado, per evitare il rischio che il decreto ferma-processi potesse sospendere a oltranza il giudizio, facendo scattare la prescrizione del reato prima di una sentenza di primo grado. Un aspetto non di poco conto dal punto di vista procedurale. Se infatti tutti gli imputati condannati ieri in primo grado potranno comunque contare sulla prescrizione del reato prima del giudizio definitivo e quindi la pena non verrà applicata, una prima condanna potrà avere effetti sui procedimenti civili, quelli che prevedono i risarcimenti danni.

La sentenza aveva d’altra parte soprattutto una risposta da dare. Si trattava di capire se i giudici avessero sposato la linea dell’accusa, che riteneva responsabili anche i vertici della polizia presenti nella caserma trasformata in carcere per il solo fatto di essere lì, oppure se si fossero soffermati a valutare le singole prove per i fatti commessi da ogni imputato. In sostanza se fosse passata la linea del «non poteva non sapere» per tutti coloro che hanno avuto la sfortuna di prestare servizio a Bolzaneto, oppure se le condanne fossero state comminate soltanto nei confronti di coloro che sono stati riconosciuti direttamente dagli arrestati come autori dei soprusi. Una situazione simbolo in questo senso era quella dell’allora commissario capo Anna Poggi, oggi in servizio a Roma. «Nel corso di tutte le udienze nessun teste ha accusato la mia assistita - spiega ancora Pruzzo -. Nessuno ha detto di averla vista partecipare ad azioni riprovevoli nei confronti dei detenuti. Nessuno ha neppure mai detto che lei, pur potendolo fare, non è intervenuta a fermare chi si stava comportando in maniera contraria al ruolo di un poliziotto». È stata condannata a 2 anni e 4 mesi per «abuso di misure di correzione».