IL G8 E LA LEZIONE DI PIER PAOLO PASOLINI

A tratti, sembra che si proceda a folate. Senza una direzione ben precisa. Per una settimana, tutti parlano e devono parlare di nomine nella sanità. Poi, il vento si placa, e sulle nomine cala il silenzio.
Poi, tocca al Porto. Giovanni Novi in galera e la città sottosopra. Voci di arresto di quello e di quell’altro, rigorosamente bipartisan. Indagini che dovrebbero rivoltare mezza città, da Erzelli alla Darsena. Poi, il vento si placa, Novi potrebbe rivelarsi per quel galantuomo che fino a prova contraria è (il che non significa che non possa aver sbagliato in buona fede) e sul Porto cala il silenzio.
La settimana dopo, è quella dell’aborto. Un ginecologo obiettore nel pubblico ma probabilmente non nel privato si suicida; una clinica è colpevolizzata senza meritarselo, anzi essendo vittima e non colpevole; la privacy di decine di donne, viene messa a rischio sulla più delicata delle questioni. Io sono antiabortista convinto, ma penso che nessuna donna che ha abortito si meriti quello a cui siamo andati incontro nelle scorse settimane. Così come non credo che voyeurismi pruriginosi siano degni di un Paese normale e di una città civile.
La quarta settimana è quella del G8. E, all’improvviso, senza nessun’altra motivazione logica plausibile - se non quella della campagna elettorale - processi che andavano avanti stancamente diventano il centro del dibattito politico.
Insomma, siamo in mezzo a un ventilatore impazzito. Dove questa roba convive in mezzo a circostanze e problemi assolutamente più seri, che i giornali cittadini - a partire dal Secolo XIX - hanno il grande merito di raccontare.
Ma, fortunatamente, c’è chi dice no. Chi non ci sta. A noi, ad esempio, non piace rincorrere notizie che spesso non sono tali. A noi, ad esempio, sul G8, piace raccontare la Genova di quel torrido luglio 2001 con le parole dei cittadini prigionieri in casa, di chi ha visto la propria città offesa e violentata, di chi non accetta l’equiparazione fra le colpe (vergognose e da punire, per carità) di alcuni agenti e quelle di chi ha colpito e distrutto scientificamente Genova. A noi, ad esempio, sul G8 piace rispettare sempre la magistratura, non solo quando ci racconta quello che ci garba. A noi, ad esempio, piace scappare dalla demagogia di chi chiede commissioni parlamentari di inchiesta che per raccontare tragedie diventano farse, come è successo spesso, anche per alcune di quelle volute dal centrodestra. I drammi sono cose troppo serie per permettere alla politica di occuparsene.
I deboli, soprattutto, meritano rispetto. E il rispetto dei deboli non è certo quello di chi pretenderebbe di mettere alla sbarra tutte le forze dell’ordine e di assolvere contemporaneamente tutti i violenti. Pensare che i cattivi fossero tutti quelli con una divisa e i buoni tutti quelli del «movimento» è un insulto all’intelligenza prima che alla verità.
E, a proposito di deboli, citiamo per l’ennesima volta il mai abbastanza citato Pier Paolo Pasolini de Il Pci ai giovani!!, poesia apparsa su Nuovi Argomenti dell’aprile-giugno 1968, in cui il poeta più scomodo e devastante della storia d’Italia parla ai protagonisti della battaglia di Valle Giulia del primo marzo 1968 fra studenti sessantottini e forze dell’ordine. (...)