G8, i pm all’attacco: chiesti 110 anni

Per l’agente che avrebbe falsificato le prove a carico dei 93 manifestanti l’accusa vuole la pena più severa: 5 anni. Ma pesa il caso Bolzaneto

da Genova

Ventotto condanne, un’assoluzione. Centodieci anni di carcere. Vanno giù duri i pm che accusano i poliziotti coinvolti nell’irruzione alla scuola Diaz nell’ultimo giorno del G8 di Genova. Seguono la linea dei loro colleghi che avevano chiesto la condanna delle forze dell’ordine impegnate nella caserma di Bolzaneto. Tutti colpevoli, in pratica, perché ci fu una catena di comando che ordinò il «massacro», la «macelleria messicana» contro i no global.
Un teorema che non ha retto l’urto del primo processo, finito con quindici condanne, trenta assoluzioni e soprattutto con la cancellazione delle accuse più gravi, quelle che volevano i poliziotti protagonisti di atti di torture. Ma ieri era un altro processo, un altro tribunale. E anche altri pubblici ministeri, che hanno riproposto la loro tesi sostenuta fin dal primo giorno di requisitoria.
O meglio fin dalle prime indagini, che avevano portato a scoprire il clamoroso «falso» delle molotov. Le due bottiglie incendiarie citate nell’atto di sequestro al termine del blitz alla scuola Diaz erano risultate provenienti da un teatro di guerriglia urbana, erano state recuperate il pomeriggio precedente in strada e utilizzate per aggravare le accuse nei confronti dei manifestanti arrestati nella scuola. Proprio per Pietro Troiani, il funzionario di polizia ritenuto responsabile di questa macchinazione è stata chiesta la pena più dura: 5 anni di carcere. Anche l’altro episodio che secondo l’accusa sarebbe stato falsificato, cioè l’aggressione al poliziotto Massimo Nucera, sul cui giubbotto antiproiettile era stato mostrato il segno di una coltellata, ha portato a richieste di pena molto severe: 4 anni di carcere per l’agente e per il suo superiore, Maurizio Panzieri, che avrebbe avallato il verbale falso.
Anche Vincenzo Canterini, comandante del reparto mobile di Roma intervenuto nella scuola, e il suo vice Michelangelo Fournier sono accusati in maniera diretta di essere responsabili del pestaggio, anzi del «massacro» gratuito dei 93 no global presenti nella scuola. I pubblici ministeri hanno scartato la tesi che parte delle ferite mostrate dai manifestanti potessero essere conseguenza degli scontri di piazza, nonostante alcuni referti medici indicassero questa probabilità. Pene dure, senza attenuanti, infine, per tutti i funzionari di polizia che hanno controfirmato la relazione di servizio sull’irruzione nella scuola. La loro responsabilità starebbe nel fatto di aver creduto ai colleghi poliziotti intervenuti in prima persona.
La pesante richiesta di condanne avanzata dai pm genovesi ha inevitabilmente finito per scatenare reazioni nel mondo politico. Soprattutto da sinistra arrivano commenti entusiastici nella speranza che ci siano anche quelle condanne «esemplari» che non sono arrivate al processo per la caserma di Bolzaneto. In particolare, la valenza tutta politica che viene data a questa sentenza si rileva dalle parole di Mark Covell, il giornalista free lance inglese picchiato dai poliziotti davanti alla scuola Diaz, prima dell’irruzione. «Non sono contento - commenta - anche se capisco che i pm hanno fatto un ottimo lavoro». Poi l’insinuazione del dubbio sulla correttezza e sull’equità di giudizio. Anzi, sulla continua soppressione della democrazia. «Capisco però - aggiunge infatti - la situazione politica che c’è adesso in Italia. Se queste richieste fossero state avanzate in Inghilterra, la sentenza sarebbe molto più pesante».