G8, Scajola esce dal processo: «Confermata la mia estraneità»

Massimo Malpica

Che vadano tutti a giudizio. Tranne Claudio Scajola, mai indagato, per il quale non si è trovato il corrispettivo del presunto atto corruttivo, quantificato nei 900mila euro che l’imprenditore Diego Anemone versò per pagargli metà casa con vista al Colosseo. La richiesta dei pubblici ministeri perugini, dunque, lascia da parte l’ex ministro, ma intende mandare alla sbarra quasi tutti gli altri protagonisti dell’indagine su G8 e Grandi Eventi. Quasi tutti perché l’ex procuratore aggiunto romano, Achille Toro, suo figlio Camillo e l’architetto Zampolini (il «pagatore» per conto di Anemone delle case del generale Pittorru e di Scajola) hanno chiesto di patteggiare: i primi due per la violazione del segreto d’ufficio (8 e 6 mesi rispettivamente), mentre per l’accusa di corruzione la procura umbra ha proposto l’archiviazione; il terzo per riciclaggio (un anno), e anche per lui c’è una parziale richiesta di archiviazione per l’ipotesi di associazione per delinquere.
Nessuno sconto per l’ex capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso. Nei cui confronti i pm non lesinano frasi a effetto, sottolineando la «prova incontrovertibile dell’asservimento della pubblica funzione», nonostante le «articolate difese» messe in piedi in numerosi interrogatori e poi trasferite nel blog www.guidobertolaso.net. Tra i «favori e le utilità di vario genere» che Bertolaso avrebbe ottenuto in cambio della «protezione globale» assicurata ad Anemone, i pm elencano anche i «famosi» massaggi al Salaria Sport Village con la fisioterapista Francesca, che pure l’ex sottosegretario ha dimostrato di aver pagato di tasca sua. Le altre «utilità» addebitate a Bertolaso sono la casa di via Giulia (per «San Guido» solo «prestata» da Propaganda Fide, per i pm pagata da Anemone per 4 anni), una presunta «mazzetta» di 50mila euro (somma mai trovata) e la serata al Salaria Sport Village con «Monica» nonostante sia la ragazza che Bertolaso abbiano negato risvolti sessuali.
La formula della «protezione globale» per incardinare la corruzione per Bertolaso è una scelta obbligata per i pm, che ammettono la «circostanza che questi non abbia approvato almeno formalmente e direttamente, atti aggiuntivi». E pur non firmando mai il via libera agli appalti milionari per le ditte di Anemone, Bertolaso avrebbe accettato comunque utilità «in un’ottica di protezione globale». La stessa filosofia dei lavori «d’urgenza» viene stigmatizzata dai pm che definiscono le scorciatoie dei «grandi eventi» una «sistematica violazione delle regole». Anche se, come rimarcano le memorie difensive, nella gestione di ben 29 miliardi di euro tra 2001 e 2010 nessun organo di controllo «ha mai mosso rilievi di sorta».
Le somme che Anemone avrebbe guadagnato illecitamente grazie alla sua presunta attività di corruttore della «Cricca» sono comunque eclatanti. I pm ne parlano nel capitolo dedicato ai rapporti tra il giovane imprenditore romano e il «dominus» dei pubblici appalti Angelo Balducci. In cambio del lungo elenco di favori e utilità concessi da Anemone a quest’ultimo, l’imprenditore avrebbe realizzato «illecitamente utili per complessivi 75 milioni e mezzo di euro». Quanto ai vantaggi per Balducci, i magistrati non hanno dubbi: l’«acquisto in comune», tramite i figli, di un immobile nel centro di Roma rivenduto con un guadagno di 4 milioni; l’acquisto «in comune» del Salaria sport village; varie assunzioni; i pagamenti delle bollette di due cellulari; il «prestito» di personale di servizio per le case di Balducci; l’acquisto di mobili, voli privati, lavori di ristrutturazione e una Bmw.
La richiesta di rinvio a giudizio per i 22 dell’inchiesta sulla «cricca» innesca un coro di solidarietà da parte del Pdl per l’ex ministro Scajola. Da Bondi a Gasparri, dal Guardasigilli Alfano a Verdini, da Cicchitto al ministro Gelmini, in molti sottolineano come l’assenza del nome di Scajola nel provvedimento sia una sorta di «riabilitazione» e la riprova di un uso mediatico della giustizia. Lo stesso Scajola, che un anno fa fu costretto a dimettersi, ora esulta: «Mi sono dimesso per rispetto delle istituzioni, ma qualcuno le ha prese come un’ammissione di colpa. Ora è stata dimostrata la mia estraneità, la perizia giurata sul valore dell’immobile dimostra la congruità di quel prezzo». Il parlamentare del Pdl ha aggiunto di voler adesso «portare il mio modesto contributo contro i processi sommari e mediatici per far sì che nella politica le armi del confronto non siano quelle della calunnia». Ambienti della procura perugina incassano male la «sconfitta» sul caso dell’ex ministro, ma fanno sapere che potrebbe essere Roma a riprendere l’indagine sul perché Anemone avrebbe pagato «ad insaputa» di Scajola una consistente parte del prezzo di casa al Colosseo.