G8, le verità che non si devono dire

Processo G8, la verità è sempre più parziale. Ancora recentemente ampio spazio è stato concesso dai giornali agli interventi degli avvocati dello Stato, chiamati a rappresentare il governo cui le «vittime di Bolzaneto» chiedono i danni. Ma delle loro dichiarazioni è sempre stata usata una sola parte, quella in cui chiederebbero quasi scusa agli arrestati. Lo stesso giorno, nella stessa aula, gli avvocati portati ad esempio per confermare le accuse ai poliziotti, hanno in realtà anche sostenuto decise riserve sull’operato dell’accusa che ha chiesto pene severe per i funzionari di polizia alla sbarra. Se gli avvocati dello Stato non hanno cercato di difendere coloro che hanno commesso eventuali violenze, hanno avuto da eccepire sulla scelta dei magistrati genovesi di chiedere le condanne più dure nei confronti di chi le violenze non le ha commesse, ma che ne sarebbe responsabile solo per il grado ricoperto a Bolzaneto. L’esempio più eclatante è quello di Anna Poggi, numero due della polizia, che non solo non è mai stata indicata dalle vittime come presente ai fatti, ma anzi aveva già avvertito più volte i suoi superiori dell’esistenza di problemi. Era però la numero due della polizia, e per i magistrati ciò è sufficiente. «Gli avvocati dello Stato hanno fatto notare che non esiste una responsabilità oggettiva, che penalmente ognuno deve rispondere di quello che commette, non di fatti di cui non poteva non sapere. Non basta il mero dato temporale, della presenza nel sito, per un’affermazione di responsabilità senza che vi sia alcun ulteriore elemento di prova sulla consapevolezza dei funzionari di quanto stava accadendo», ha ricordato Umberto Pruzzo, legale della Poggi. Di questa lezione di diritto non è stato fatto però cenno sui giornali.
Ieri è poi arrivata l’arringa dei difensori di un altro funzionario sotto accusa: Alessandro Perugini, il più alto in grado a Bolzaneto. Più alto in grado, come polizia. Ma più responsabile di lui a Bolzaneto, nella scala gerarchica, era un magistrato. Per il quale i suoi colleghi hanno chiesto e ottenuto il proscioglimento immediato. «Se Alfonso Sabella non è responsabile dei fatti accaduti a Bolzaneto a maggior ragione non lo è Perugini che non ha visto né autorizzato alcune delle posizioni che secondo l’accusa sarebbero state imposte per ore ai detenuti», sostengono gli avvocati Giovanni Scopesi e Vittorio Pendini. Sabella, all’epoca responsabile del Dipartimento amministrazione penitenziaria, nelle fasi di indagini preliminari venne indagato (non subito peraltro) per abuso d’ufficio e d’autorità sugli arrestati. Lui stesso aveva detto formalmente al comitato parlamentare di controllo, di aver assistito a molte scene poi «passate alla storia» come torture e vessazioni su detenuti, ma di non averle considerate tali e quindi di non essere intervenuto per fermarle. Dopo essere stato ascoltato dai colleghi genovesi, su richiesta degli stessi, la sua posizione fu archiviata.