GAARDER Il respiro dell’immaginazione

Lo scrittore norvegese apre questa sera la Milanesiana. Al centro del suo intervento l’importanza del racconto

Fu nel 1991. Fu Sofies verden, Il mondo di Sofia (Longanesi). L’ultimo che conquistò i picchi di classifica in fretta quanto Il Codice da Vinci. E che li presidiò per tre anni consecutivi, tanto da far arrivare il suo autore a due milioni di copie vendute in Italia, venticinque milioni in tutto il mondo, la traduzione in 45 lingue differenti, il primato come miglior libro di narrativa nel mondo. Fu un evento sorprendente, per l’ambiente editoriale, perché a pensarci bene questo libro, ormai entrato di diritto nella storia del bestseller, non è un romanzo, ma un libro di testo, un vero e proprio manuale di filosofia sotto forma di novella. E diversamente non avrebbe potuto essere, visto che il suo autore Jostein Gaarder, ultracinquantenne norvegese di Oslo, figlio di un direttore scolastico e di un’insegnante, ha sviluppato fin dall’infanzia l’orecchio assoluto del divulgatore.
A quindici anni di distanza, spetta a Jostein Gaarder - che nel frattempo ha sformato molti altri successi, tutti pubblicati in Italia da Longanesi, tra cui L’enigma del solitario e La ragazza delle arance, e alcuni libri per bambini, pubblicati invece da Salani - il compito di aprire la Milanesiana, rassegna letteraria dell’estate metropolitana. Sapendo che Gaarder è un teologo e filosofo per formazione e per ricerca, oltre che studioso di lingue scandinave, ed avendo letto l’intervento che condividerà stasera al teatro Dal Verme con Michael Cimino e Mario Botta, dal titolo «Nutrite la vostra immaginazione», temiamo di doverlo intervistare con le pinze. Ma durante il lungo viaggio che dalla Norvegia lo porta a Milano, su un’auto popolata da una numerosa e allegra famigliola, con una cognata che ne traduce l’inglese magistrale, Gaarder guida e parla e riflette e ricorda. Insomma, fa ancora una volta, lezione. Filosofo sì, ma multitasking. E allora ci preme prima di tutto sapere quanto deve a quel suo primo successo globale.
«Sono ancora oggi profondamente grato a “Sofia”. Ha aperto la porta alla pubblicazione di tutti i miei libri precedenti. Ma soprattutto mi ha dato energia per continuare la mia ricerca, potenzialmente infinita, e scriverne molti altri. La domanda che sta alla base del libro è la stessa che sostiene tutti i miei scritti: il senso del mondo, il mistero dell’esistere. E poi grazie a quel bestseller ho guadagnato molto denaro, parte del quale ho potuto destinare a quello che oggi è il mio interesse principale: la conservazione del pianeta».
Obiettivo ambizioso per uno scrittore.
«Preservare la vita sulla terra mi sembra l’obiettivo più importante per chiunque. Per questo nel 1997 insieme a mia moglie Siri Dannevig ho dato vita alla Sophie Foundation, un’istituzione che ogni anno consegna il «Sophie Prize», un riconoscimento dell’ammontare di centomila dollari. Viene attribuito a persone che si siano distinte in progetti di sostenibilità ambientale, che abbiano voglia di lottare in positivo per difendere il pianeta. Abbiamo premiato cinesi, indiani, africani, inglesi. Quest’anno un’avvocatessa argentina, che si occupa di diritti umani».
Tutto questo che cosa ha a che fare con la letteratura?
«Non so come si colleghi alla letteratura. Certo si collega al motivo per cui io sono diventato uno scrittore e alla necessità delle storie. Il mio intervento alla Milanesiana riguarda proprio il bisogno di storie, scritte o orali, che tutte le culture hanno. Alimentare l’immaginazione è vitale quanto respirare. E, come dico nel mio intervento, se questo deve essere fatto attraverso Harry Potter, “date loro Harry Potter!”. Ha insegnato a leggere a molti milioni di analfabeti e ha senz’altro fatto loro venir fame di altre storie».
Lei quando ha avuto per la prima volta fame di storie?
«Avevo undici, dodici anni. Nacquero dentro di me, senza alcun motivo esterno, almeno che io ricordi, una serie di domande sulla magia della vita. Interrogai gli adulti: i genitori, gli insegnanti. Volevo sapere se anche loro trovavano la vita così misteriosa, così strana. Tutti mi risposero la stessa cosa: è tutto normale, non preoccuparti».
Erano loro, un po’ strani...
«Ciechi, direi. Il quotidiano scorrere dell’esistenza è in realtà qualcosa di molto speciale. È questo che voglio dire ai miei lettori: non date nulla per scontato. Vorrei illuminarli sullo straordinario che è sotto i loro occhi. Ho cominciato coi miei figli: quando erano piccoli improvvisavo continuamente storie della buonanotte, che narravano di altri bambini in missione sulla terra. Volevo allenarli a riconoscere il mistero».
Saranno le storie a salvare il mondo?
«Certamente. Tutti i messaggi importanti possono passare attraverso le storie. Il segreto del successo del Mondo di Sofia è che si trattava di una storia. Se avessi detto le stesse cose senza inserirle in un romanzo avrei avuto pochissimi lettori. Se lei nei prossimi giorni mi accompagnasse in giro per Milano e mi riempisse di informazioni sulla città, una volta a Oslo le dimenticherei. Ma se lei mi raccontasse una bella storia su Milano, allora...».
Sono necessarie anche le storie come Il Codice da Vinci?
«So di essere una delle migliaia di persone che dice di essere l’unica persona a non averlo ancora letto. Ma davvero non l’ho ancora letto. E una ragione c’è: ho studiato a fondo storia delle religioni. E mi irrita pensare che il Codice da Vinci sia una storia che non mescola verità e finzione, bensì verità e falsità. Far credere al lettore che ciò che legge potrebbe essere vero quando in realtà non si ha alcuna prova di ciò che si è scritto, è scorretto. Persino per una storia».