Gaber, filosofo dei nostri tempi affetto dal vizio di pensare

(...) Del Pensiero. Del più grande filosofo italiano del Novecento e non esagero. Del vizio di pensare. Merce rara. In Italia e a Genova.
Proprio per questo, ne ho parlato nei giorni scorsi. E proprio per questo ne riparlo oggi, alla vigilia de Il dio bambino, messo in scena da Eugenio Allegri con la regia di Giorgio Gallione, terza ed ultima tappa della trilogia dell’Archivolto nel teatro-canzone di Gaber e Luporini.
Non siamo soli, fortunatamente. Fra le centinaia di messaggi che arrivano ogni giorno sul mio computer e sul mio telefonino, in questi giorni, ce ne sono stati alcuni che mi hanno fatto ancor più piacere. E sono stati quelli relativi a Giorgio Gaber, al vizio di pensare e all’indifferenza di chi quel vizio l’ha perso o non l’ha mai avuto, nei confronti di un lavoro importante e in qualche modo «definitivo» come quello che stanno portando avanti la Fondazione Gaber e il teatro dell’Archivolto in queste settimane.
Qui - ed è il punto a cui tengo più di tutti - non c’è in ballo una questione di spettacoli che possono piacere oppure meno. Qui c’è in ballo, come ho detto e come non mi stancherò di ripetere, un filosofo, un gigante del pensiero, un maestro assoluto dei nostri tempi (due filosofi, due giganti del pensiero, due maestri assoluti dei nostri tempi, visto che testi e canzoni sono sempre stati scritti da Giorgio insieme all’inseparabile Sandro Luporini), che viene ricordato nella nostra città con un’operazione di valore culturale unico. E che Genova - non i genovesi, si badi bene, che stanno riempiendo il Modena e la Sala Mercato - si permette di snobbare. Drammaticamente. Perchè snobbare due che avevano capito tutto trent’anni fa - basti pensare a I figli miei, i figli tuoi o a Quando è moda è moda in Polli d’allevamento - è sciagurato, autolesionista, stupido.
Ma sì, molto meglio versare fiumi di inchiostro e chili di foreste cartacee per dire che Oren è il più grande direttore d’orchestra di tutti i tempi. Non è vero? Fa lo stesso, qui qualcuno ci crede o fa finta di crederci.
Dicevo dei messaggi e delle parole. Su tutte, quelle di Dalia Gaber, figlia di Giorgio e straordinaria comunicatrice di eventi e personaggi, diventata un po’ alla volta, con la forza del suo lavoro e non con quella del suo cognome, la numero uno nel settore in Italia. Ecco, Dalia ha firmato parole bellissime, parole ricchissime nella loro semplicità, parole calde da figlia: «Che belle cose che avete scritto su mio papà, su Neri e sull’Archivolto. Grazie».
E poi, le parole di Paolo Dal Bon, che di Giorgio è stato il più stretto collaboratore, oltre a Luporini, ovviamente, ed è presidente della Fondazione Gaber: «Quella dell’Archivolto è una delle manifestazioni più serie, approfondite e stimolanti che siano state dedicate a Giorgio in Italia dal giorno della sua scomparsa, un’operazione coraggiosa e sicuramente all’altezza del signor G. E mi commuove il riconoscimento a Gaber “unico vero filosofo coraggioso del dopoguerra“ che sicuramente Giorgio, pur con l’imbarazzo che il suo pudore sempre gli dettava, avrebbe molto apprezzato».
E ancora, le parole di Sergio Maifredi, un regista-scrittore che sta da una sola parte, quella di chi non dice banalità, e che arricchisce sempre di più le nostre pagine, con la forza della sua scrittura e del suo pensiero.
E infine, di Francesco Caldarola, giornalista genovese a denominazione di origine controllata che è emigrato a Milano anche per seguire la Fondazione Gaber e che ha apprezzato la nostra battaglia e il nostro amore per Giorgio e per il pensiero, che sono anche i suoi.
Insomma, c’è chi non rinuncia al vizio di pensare. Come aveva raccontato benissimo, il libretto che ha accompagnato il penultimo disco di Giorgio La mia generazione ha perso, nel quale ogni canzone era accompagnata da un pensiero. Da don Giussani ad Antonio Ricci, da Fausto Bertinotti a Gabriele Albertini, da Ivano Fossati a Sergio Castellitto, che - commentando Il desiderio - scrisse parole bellissime: «Il desiderio è dentro la nostra carne come il sangue. Come nelle favole, come nella vita. Quello necessario, quello del caso, quello degli eventi, quello sfrenato. Il desiderio di Giorgio è fuori dal rumore, è nel silenzio di qualcuno che ci ascolta. E ci cura». Si poteva dir meglio? Forse, solo Gaber e Luporini: «Il desiderio/è la cosa più importante/è un’attrazione un po’ incosciente/è l’affiorare di una strana voce/che all’improvviso ti seduce/è una tensione che non riesci a controllare/ti viene addosso non sai bene come e quando/e prima di capire/sta già crescendo./Il desiderio è il vero stimolo interiore/è già un futuro che in silenzio stai sognando/è l’unico motore/che muove il mondo».
Un motore che ci fa andare avanti tutti i giorni. E che mi piace abbinare alle parole di Non insegnate ai bambini, splendido e commovente testamento etico e spirituale di Giorgio: «Non insegnate ai bambini, non insegnate la vostra morale, è così stanca e malata, potrebbe far male/(...)/non indicate per loro una via conosciuta, ma se proprio volete, insegnate soltanto la magia della vita./(...)/Non insegnate ai bambini, non divulgate illusioni sociali,/non gli riempite il futuro di vecchi ideali,/l’unica cosa sicura è tenerli lontano dalla nostra cultura/(...)/Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente/stategli sempre vicini, date fiducia all’amore, il resto è niente».
Ditemi voi se è possibile ascoltare qualcosa di più bello. Per chi vuole ascoltarlo, certo.