«Gaber mi ha cambiato la vita È il mio maestro di libertà»

da Viareggio

Et voilà, Lorenzo Cherubini, ecco pure la sorpresa di un suo show al Festival Gaber.
«Per me cantare qui è un diploma. Sento Gaber come un maestro, di lui invidio l’enorme libertà nell’aprirsi alla gente».
Anche lei però non scherza.
«Ma è un altro livello, naturalmente. Ad esempio, un brano come Io se fossi Dio è la dimostrazione di quanto bisogno avesse Gaber di essere libero».
E quanto coraggio nel difendere le proprie scelte.
«In fondo, certe posizioni uno può anche tenersele per sé, senza divulgarle. Mica sei obbligato a parlare».
Fa autocritica? In passato lei ha parlato molto, scatenando polveroni niente male.
«Io parlo sempre in tempo reale con il pensiero, ahimè, e talvolta non ci ragiono a sufficienza».
Ma stavolta no. Ci ha impiegato vent’anni ma ora è il momento di ammetterlo: «Sento Giorgio Gaber come un maestro». Dunque la caotica e implacabile evoluzione di Jovanotti – da ragazzino sgrammaticato a signore dei nostri autori - è arrivata fino al teatro canzone del Signor G, di cui lui ieri sera ha cantato sette brani sul palco della Cittadella del Carnevale, lasciando tutti a bocca aperta. Già durante le prove, a metà pomeriggio, s’era capito che per Jovanotti, nel bel mezzo di un tour di strepitoso successo come Safari, non era un concerto qualsiasi. Era il timbro su di una nuova fase, quella cantautoriale, che ha i carati del talento e la forza dell’entusiasmo, e pazienza se per qualcuno lui è ancora quello che in La mia moto cantava «mi accorgo che con lei mi sento proprio Fonzie».
Sarà un regalo dei quarant’anni.
«Quando li ho compiuti, due anni fa, mi è sembrato di essere appena nato. Per me ora è un momento magico, tutti mi fanno i complimenti».
La scelta di cantare Gaber è stata un sfida.
«Mi sono riascoltato tutte le sue canzoni. E ne ho scelte sette, come Non insegnate ai bambini e Chiedo scusa se parlo di Maria.
Nessuno si sarebbe aspettato che scegliesse Mi fa male il mondo.
«In effetti sembra il negativo fotografico de L’ombelico del mondo. Il suo esatto contrario. Perciò ho deciso di mescolarli e di usare la mia musica per interpretare le parole di Gaber».
L’altro giorno Enzo Iacchetti, che qui presenta il Festival, ha proposto di insegnare i testi di Gaber nelle scuole.
«A me fanno paura le storicizzazioni e non credo che un poeta del non conformismo possa essere accolto dalla struttura della scuola. Come si farebbe? Un giorno i Malavoglia, il giorno dopo il Signor G? Adesso Gaber è ancora presente e a me piacerebbe fare un lavoro solo su Gaber per vedere l'effetto che fanno le sue opere rese attraverso un altro corpo, il mio. Mi ha sempre colpito il contrasto vitale tra il suo corpo simpatico e i testi dolorosi che cantava».
Dicono che lui fosse affascinato anche da quelli di Jovanotti.
«Io me lo ricordo ancora in bianco e nero, quando lo guardavo in tv da bambino. E le canzoni che si ascoltano nell’infanzia, più ancora di quelle dell’adolescenza, ti cambiano la vita. Ad esempio, a casa nostra Com’è bella la città era diventata quasi una canzone di famiglia. E io a dieci anni ci credevo davvero, non capivo il vero significato del brano».
Poi però lui si allontanò dalla tv. Faceva tournée tutte esaurite ma rifiutava la telecamera.
«Però, anche nella sua fase scura, ha mantenuto la simpatia dell’intellettuale che non se la tira».
L’ultima volta è andato a trovare Adriano Celentano a Francamente me ne infischio.
«E mi ha dato l’impressione che si divertisse molto».
Pare che Celentano torni in tv. Se la invitasse?
«Ci andrei di corsa. Gli ho appena scritto un nuovo brano, che secondo me è fortissimo e probabilmente andrà sul suo nuovo album. Gli ho detto: usa la musica come vuoi, ma per favore, non cambiarmi le parole. Quando gli diedi Aria per il cd Dormi amore, me la cambiò tutta, pensate un po’».