«Gabrielle, una cugina di Madame Bovary»

Isabelle Huppert interpreta una donna dell’alta borghesia dell’Ottocento che tradisce il marito e poi torna a casa nel film di Chéreau tratto da Conrad

Stenio Solinas

nostro inviato a Venezia

Trent'anni di carriera, sessanta film, decine di premi, una mostra che fra un mese la celebrerà al Museo d'arte moderna di New York, Isabelle Huppert ha ieri sbancato la sessantaduesima Mostra del cinema riducendo al ruolo di ectoplasmi le attrici che la avevano preceduta. Avranno di che faticare Margherita Buy e Giovanna Mezzogiorno, alle quali la rassegna offre, sulla carta, i due personaggi di donna più significativi, una moglie abbandonata e sull'orlo della distruzione piscofisica e una ragazza inseguita dal trauma infantile dell'incesto, per far dimenticare la sua interpretazione in Gabrielle.
Da qui ai prossimi giorni sarà comunque una Mostra al femminile, non solo e non tanto per i ruoli, quanto per lo sguardo sull'uomo che loro tramite ci verrà offerto, un'immersione nell'immaginario femminile nella quale spettatori e critica che di esso fanno parte si ritroveranno con piacere misto a dolore, ma che offrirà alla controparte maschile una sorta di tormentata analisi pubblica. Niente è più sgradevole e più spiazzante dell'essere processati da un sesso di cui non possiamo fare a meno, ma di cui continuiamo a non capire nulla.
Elegante in una camicia trasparente di seta dai toni acquamarina e marrone, jeans délavé e giacchino svasato Balenciaga, il fascino di Isabelle Huppert non dipende dalla bellezza. Alla mostra c'è una carrettata di attrici più belle o soltanto più carine, occidentali e orientali, e tutte più giovani. Nessuna però è così seducente e così luminosa sullo schermo. In Gabrielle, diretto da Patrice Chéreau, interpreta una moglie dell'alta borghesia parigina fine Ottocento che tradisce il marito, pensa di lasciarlo, va via di casa ma dopo poche ore ritorna, per paura forse, e tuttavia anche per un inconscio desiderio di regolare i conti, di mettere una volta per tutte le carte in tavola. E sarà lui, il gentiluomo benpensante che tutto aveva programmato e che delle regole era il custode, a uscire distrutto dalla partita della vita.
«La mia Gabrielle è una sorta di cugina di Madame Bovary» dice sorridendo la Huppert. «Lo so che il mio regista non è d'accordo, ma io la vedo così. Una cugina non di primo grado e più lucida, più intelligente. Emma muore d'amore, infatti, Gabrielle no: però in ambedue c'è il voler cedere al desiderio. Nell'eroina di Flaubert è come una febbre, un'esplosione: nel mio personaggio la scelta è un'altra e tutto nasce dalla "dimenticanza" del desiderio. Gabrielle si accorge che suo marito le è divenuto un perfetto estraneo e che di se stessa non sa nulla: vuole conoscersi, sottomettersi alla prova del sentimento. Almeno per una volta. E gli effetti saranno devastanti».
Tratto da un racconto di Joseph Conrad, Il ritorno, il film ne rovescia completamente l'impianto. Conrad lo narrava al maschile e il centro narrativo era più un'analisi dell'atrofia del decoro borghese, l'imbalsamazione dei valori e dei comportamenti, che non una analisi psicologica dei sentimenti. «Sì, nell'originale conradiano la figura era appena accennata» dice la Huppert, «e del resto Chéreau mi ha chiesto di non leggere Il ritorno, ma mi ha via via fatto entrare sempre più a contatto con la sceneggiatura e la parte scritta appositamente per me. È un regista con cui mi trovo bene proprio perché coinvolge i suoi attori nella lavorazione. Gli sono grata per l'occasione che mi ha offerto, l'incontro con una donna che si rivela a se stessa, ai confini della più grande dolcezza e della più estrema crudeltà».
Ciò che per un occhio maschile fa la durezza del film è proprio questa sorta di spietatezza femminile, il dover prendere atto che la donna ha una capacità di ferire, di offendere, cui difficilmente l'uomo può arrivare, più chiuso com'è in una armatura di codici, di convenzioni, di orgogli. «Sì, come ho già detto, c'è una estrema crudeltà. Gabrielle spalanca davanti al marito un mondo sconosciuto e lo obbliga a esserne il testimone. Vuole la sopravvivenza del legame fra loro, dopotutto torna per questo, ma trasforma la persona insieme alla quale ha passato dieci anni in un osservatore non consenziente della sua nuova vita. E sa che, così facendo, lo escluderà per sempre. C'è una frase emblematica nel film, quando lei dice a lui: "Se avessi saputo che mi amavate, non sarei tornata... ”».
A ritratti di donne fuori della norma, la Huppert è abituata. «Io scelgo i ruoli in base a una certa idea della verità e della vita. Voglio dire che quello che mi interessa non è l'idealizzazione, ma la realtà. E, nella realtà, qualcosa che va al di là dello stereotipo, della sua accettazione in sé. L'incapacità di amare e di essere amati, per restare nel tema, non è una novità, è un dato di fatto, qualcosa con cui entriamo in contatto ogni giorno. Ma se tu scavi oltre le ragioni e i torti, oltre i regolamenti di conti, e vai alla scoperta di cosa c'è al di là del non amore, quel terreno più terribile e più pericoloso che è nascosto nel nostro io più profondo, allora è un bello spettacolo a cui assistere. Al cinema, naturalmente. Come donna sono molto semplice».