Gaetano, «figlio unico» del pop Ancora attuale dopo trent’anni

Da «Gianna» a «Berta filava», in un cd (e dvd) i brani che raccontano l’Italia dei ’70

Fu tutt’assieme giullare, menestrello, goliardo. Ci rinfrescò la memoria su Petrolini e i suoi emuli, ebbe l’ambizione, più o meno dichiarata, di emulare Jonesco, rasentò la satira e la clownerie senza mai concedersi, se non surrettiziamente, all’una o all’altra. Dunque che ghiotto busillis rappresenta tuttora Rino Gaetano, a ventisei anni da una morte che fu tutta all’opposto del personaggio: tragicamente greve – un incidente d’auto – quanto lui era stato lieve, irridente, volatile.
Fu comunque, anche in virtù della sua indefinibilità, un grande: come tutti gli artisti restii alla mutria dei puristi e alla gabbia delle etichette, refrattari al manicheismo dei «generi», cangianti e poliedrici come – il paragone è di Bryan Ferry – i Picasso e i Dylan, aggiungerei i Modugno, gli Jannacci, i Gaber. Indefinibile, dunque, e forse anche per questo – com’è d’uso per gli enigmi irrisolti - popolare tuttora, fatto raro nel mondo lunatico della canzone dove i monumenti franano in fretta e il pubblico ha la memoria corta.
Di Gaetano si continua invece a parlare. Non tanto grazie all’inedita In Italia si sta male, filastrocca modesta proposta a Sanremo, da Paolo Rossi, con una verve interpretativa assai superiore al livello del brano. No, se volete conoscere il vero Rino Gaetano, il vulcano d’invenzioni, sberleffi, melanconie dissimulate che è stato il suo repertorio, ecco Figlio unico, un cofanetto che in un cidì e un divudì condensa, tra canzoni e interviste, il ritratto d’un personaggio assolutamente anomalo, dunque difficile da ritrarre. Merito di Maria Laura Giulietti, indomita superstite d’un giornalismo musicale non embedded, che si faceva con la mente e col cuore, privilegiando il rispetto dell’arte sui diktat del marketing discografico. Così, del resto, era lo stesso Gaetano, che infatti la curatrice definisce «un giullare di corte che fa ridere i padroni ma dà legnate», né saprei inventare definizione più acconcia. Un giullare che racconta la civiltà dei tormentati anni Settanta guardando al futuro, sicché «le sue canzoni appaiono più profetiche oggi di trent’anni fa». E i sedici brani riportati nel cidì - tra gli altri Ma il cielo è sempre più blu, Berta filava, Aida, Spendi spandi effendi, Nuntereggae più, Mio fratello è figlio unico, Resta vile maschio dove vai - ripresi da spettacoli e trasmissioni televisive, lo confermano così come quasi tutte le testimonianze suscitate dalla Giulietti: quelle di Bardotti, Susanna Agnelli, Anna Gaetano sorella di Rino, Nicola di Bari e altri. Con qualche intervento imbarazzante, come quello di Gianni Boncompagni che tenta di banalizzare la genialità e il ruolo di Gaetano straparlando di «canzoni che non vogliono dire niente» e così dimostrando come sia arduo, per talenti come quello di Rino, farsi capire da certi mestieranti dell’intrattenimento.
Del resto, quanto le canzoni di Rino Gaetano, i suoi apparenti nonsensi, la sua ironia acuminata siano ben lontani dal non voler dire niente, lo dimostra ampiamente questo Figlio unico. Dove ai brani del grande artista s’affiancano tra l’altro sue riletture di pagine altrui: Imagine di Lennon, A mano a mano di Cocciante cantata con l’autore e con i New Perigeo, e Il dritto di Chicago, splendido omaggio a Fred Buscaglione.