La gaffe degli 007 americani L’attentatore aveva il visto Usa

Il mito dell’intelligence americana vista come una invincibile armata, mito nato al tempo della Guerra Fredda, non è più buono neppure per il cinema. Ormai lo sanno anche a Hollywood che la Cia fa un po’ ridere, e non ci provano neppure loro a ridare smalto a quello che per decenni fu uno dei vanti della retorica patriottica a stelle e strisce. La mancata cattura di Osama Bin Laden, vanamente inseguito per anni con i satelliti e con valigiate di dollari (per pagare un Giuda che non si è mai trovato) ne è stata l’imbarazzante epitome. Sicché, a ben vedere, anche i sesquipedali errori commessi dai servizi americani in occasione del fallito attentato del 25 dicembre a un jet della Delta, non stupiscono più di tanto. Servono soltanto a far virare il ridicolo in cui è andata a cacciarsi un’organizzazione che non ha mai patito la lesina, in uomini e mezzi, in un grottesco che per gli affiliati al terrorismo islamico internazionale è come il balsamo sulle ferite di tutte le guerre perse e di tutte le Guantanamo patite dal Satana americano.
Ci mancava solo la storia di Umar Faruk Abdulmutallab, il 23enne nigeriano che si è arrostito i testicoli nel vano tentativo di far esplodere l’aereo in volo da Amsterdam a Detroit con 278 persone a bordo il giorno di Natale. Ci mancava solo di sapere che il suo nome era già entrato in un database del terrorismo, dopo che suo padre (il banchiere ed ex ministro nigeriano Alhaji Mutallab) aveva espresso al Dipartimento di Stato le proprie preoccupazioni per le idee radicali e i contatti con gli estremisti del figlio. Lo scrive il Washington Post, citando fonti ufficiali dell’amministrazione degli Stati Uniti e spiegando che il padre dell’attentatore, una persona «responsabile e rispettata», secondo la definizione che di lui ha dato il ministro dell’Informazione nigeriano, Dora Akunyili, si era detto sorpreso dal fatto che al giovane fosse stato concesso il visto d’ingresso negli Stati Uniti, considerati i suoi avvertimenti. Circostanza disgraziatamente confermata dalle autorità aeroportuali olandesi, secondo le quali Umar era in possesso di documenti validi. Il nome del giovanotto, tuttavia, non era stato incluso nelle «no fly list» che riguardano i voli aerei perché le informazioni al suo riguardo erano state ritenute insufficienti. Già questo - un padre banchiere e ministro (cioè non un visionario) - che denuncia il figlio all’ambasciata americana del suo Paese, ma non viene ritenuto «sufficiente» - fa drizzare i capelli in testa. Ma non basta. Si scopre infatti che nel giugno dello scorso anno ad Abdul era stato concesso un visto turistico di due anni dall’ambasciata americana a Londra. Visto che il giovane fanatico ha usato per recarsi negli Stati Uniti almeno due volte. Faruk Abdulmutallab, che rischia fino a 20 anni di carcere, subito dopo i fatti è stato ricoverato al centro ospedaliero dell’università del Michigan di Ann Arbor per le ustioni provocate dagli 80 grammi di Petn (una sostanza simile alla nitroglicerina) che teneva in una tasca segreta delle mutande. Ieri è stato dimesso e trasferito in un posto sicuro. E segreto. Dove l’Fbi lo interrogherà e dove si farà dire se e chi l’ha aiutato, dove e quando ha preso l’esplosivo, chi è la sua guida politico-terrorista. Un’inchiesta, quindi. Un’inchiesta vera che tappi il buco nella sicurezza nazionale che ha permesso al nigeriano di imbarcarsi. Perché in questa storia ci sono errori e sviste, come il fatto che l’anti-terrorismo statunitense avesse approvato la lista dei passeggeri del volo 253 della Delta Airlines a bordo del quale si trovava Umar Farouk. Lo ha dichiarato a Newsweek Judith Sluyter, portavoce dell’anti-terrorismo olandese, spiegando che, come vuole la prassi, prima del decollo di qualsiasi volo in partenza per gli Stati Uniti le autorità dell’Aia inviano l’elenco delle persone a bordo. A esaminare la lista è il Terrorist Screening Center, una struttura interdipartimentale coordinata dall’Fbi che è stata messa in piedi ed è pagata per questo: per cercare con il lanternino i malintenzionati o anche soltanto i sospetti che stanno per imbarcarsi sugli aerei diretti negli Stati Uniti.
Agli agenti dell’Fbi che lo hanno preso in carico dopo l’atterraggio dell’aeroplano, l’attentatore ha raccontato di essere in contatto con i terroristi di Al Qaida in Yemen. Insomma, avevano visto giusto le autorità britanniche quando nel maggio scorso (lo scrive il Times) avevano rifiutato un visto d’ingresso al nigeriano. Ieri, l’intelligence ha avuto a che fare con un altro allarme: sempre all’aeroporto di Detroit, sempre su un volo da Amsterdam della Northwest Airlines. L’aereo è dovuto atterrare con una procedura d’emergenza, dopo che l’equipaggio aveva bloccato un passeggero, anche questa volta nigeriano, che urlava.