Le gaffe dei magistrati a cui Veltroni vuole affidare la giustizia

Ora siamo tutti più tranquilli. Walter Veltroni ha finalmente individuato la cura - con l’aiuto del consocio elettorale Antonio Di Pietro, suppongo - per i mali cronici della giustizia italica: «Dobbiamo ridurre il numero di liti che approdano nei tribunali, trovare altre forme, ricorrere di più ai giudici di pace», ha risposto il candidato premier del Partito democratico a Maurizio Belpietro, direttore di Panorama, in un’intervista pubblicata nel numero in edicola.
Fantastico. In effetti i giudici di pace sono specializzati nel «trovare altre forme». Soprattutto grammaticali e sintattiche. Ho qui sottomano un bel mucchio di sentenze. In una vedo scritto «le orecchia», «alle orecchia» e, ripetuto tre volte, «delle orecchia»: nessuna traccia, fra i plurali, dei desueti orecchi e orecchie. In un’altra leggo cinque «và», «salto della valvola» (c’era di mezzo l’Enel), «premuta e riattacco della valvola», «prodotti sotto frigo», «stato di frigore del bene congelato». Il neologismo prende piede. In un’altra ancora, relativa a un incidente stradale, scopro che «i CC intervennero solo dopo il fatto e non sono in condizione di ricostruire la dinamica del sinistro». È noto che di solito i carabinieri intervengono invece prima che i fatti accadano, specialmente nel caso di scontri fra veicoli: una manona che s’allunga, uno stridore di freni, e oplà! Né morti, né feriti, né danni col maresciallo Spider Man.
Onorevole Veltroni, dia retta a me: lasci perdere. Penso di conoscere i giudici di pace meglio di lei. Non per nulla sono l’unico giornalista contro il quale il plenum del Consiglio superiore della magistratura ha approvato una «pratica a tutela» della benemerita categoria, come ho già avuto occasione di riferire ai miei lettori. E sa perché il Csm mi ha censurato? Per essermi stupito del fatto che uno di questi magistrati onorari avesse dato credito a un esposto fasullo inviatogli da un buontempone il quale, firmandosi col nome del boss mafioso John Gotti, pretendeva l’annullamento dell’elezione di George W. Bush a presidente degli Stati Uniti. E anche per averne criticato un altro che si rammaricava di non essere riuscito a interrogare un cane. Giuro.
Se non mi crede, si procuri un libretto che mi è stato recapitato in questi giorni. S’intitola In nome del popolo italiano. L’ha stampato a proprie spese un avvocato campano di Vallo della Lucania, Silverio Marchetti. Lì la sentenza da cani è riportata per intero: fu emessa al termine di un’azione civile avviata dal proprietario di un dobermann nei confronti di un veterinario che aveva eseguito sull’animale «con notevole imperizia, un intervento di taglio ed ammodellamento delle orecchia». Dovrebbe leggere, caro Veltroni, con quale equilibrio il giudice di pace entra «nel thema decidendum», «atteso che, trattandosi di animale portato di per sé a scrollare la testa, sia pure infastidita dal gironzolare di una mosca o di una pulce, sempre possibile - lato terra -, e per di più per la sofferenza dei tagli ricevuti, di normale, con la eventuale necessità di sfregamento o strofinio, il recepimento di polvere o terriccio, da terra o anche da mura, riscontrato», sino a pervenire ai «motivi della decisione», cioè all’apoteosi: «In tutta questa vicenda, il diretto e principale interlocutore, il cane, non potuto ascoltare. Eppure, quest’animale riesce tanto bene a comunicare con gli uomini, che riesce talora a sopperirlo in situazione talora drammatiche, in guisa da poter dire che riesce ad esprimersi sia pure senza la favella. Ci sovviene di trasmissione televisiva, in ordine ai prodigi di un cane, che riusciva a favellare, anche se in maniera particolare, dando le concrete risposte al suo domatore, con la voce e non con l’abbaiare».
Il problema, mi capisca onorevole, non è solo linguistico. Gente che in atti ufficiali dello Stato riesce a scrivere «ritenuto dover anticipare l’udienza ad una data più recente», anziché più ravvicinata, oppure «l’istante nella qualità di conduttrice del mobile attoreo riportava lesioni alla persona» andrebbe fatta visitare da un bravo medico, più che mandata a sciacquare i panni in Arno. Insomma, «che ciazzecca?», direbbe l’ex magistrato Di Pietro, pessimamente tradotto dai giornalisti nell’impronunciabile «che c’azzecca?». Giusto, di gente che non sa né parlare né scrivere sono pieni i tribunali non meno che le redazioni. Ma qui si dà il caso che in nome del popolo italiano certi giudici di pace abbiano il potere di decretare le sorti patrimoniali dei cittadini, figurarsi se un domani fossero chiamati a decidere pure sulla libertà dei medesimi. Prendiamo il caso dell’Enel. Salta l’erogazione di energia elettrica durante un’importante fiera commerciale e un’intera cittadina resta senza la corrente dalla mattina alla sera. Affari in fumo. I commercianti ricorrono al magistrato onorario (quello secondo cui l’indicativo presente del verbo «andare» si scrive «và»). Costui, accertate «condizioni atmosferiche, se non eccezionali di mal tempo, comunque atmosferiche in cui è esclusa la serenità, e tali da confermare l’allegazione dei tecnici Enel di un semplice salto della valvola», così sentenzia: «È ritenuta giustificata la condanna dell’Enel al risarcimento simbolico di un danno formale di lire una, così determinata in via equitativa». Una lira. Buona notte anche al secchio.
E che cosa c’è di più arbitrario, oltreché assurdo, del liquidare l’entità di un danno limitandosi a osservare le immagini polaroid dei veicoli coinvolti nel sinistro? Eppure un magistrato-carrozziere, in grado persino di rinominare gli accessori per auto («paraurto anteriore»), c’è riuscito: «Questo Giudice desume dalle fotografie e quantifica i danni (autocarro £. 1.000.000, autovettura £. 3.000.000) in £. 4.000.000».
Anche il compilatore dello stupidario ha dovuto fare i conti con le stravaganze dei giudici di pace. Come quando, alla prima udienza, chiese al magistrato di dichiarare la contumacia di uno dei convenuti e si sentì rispondere: «Non se ne parla proprio! Ha provato a telefonarlo per ricordargli che oggi c’era la causa? Se vuole può chiamarlo dal centralino dell’ufficio. Si renda parte diligente nel processo!». O come quella volta che, al terzo atto d’intimazione rimasto lettera morta, domandò al giudice di pace di disporre l’accompagnamento coattivo di un testimone. «Accompagnamento coattivo?», strabuzzò gli occhi il magistrato. «Ma che pazziamo! La prossima volta si metta d’accordo con il teste e lo vada a prelevare e a riaccompagnare a casa in automobile». Efficienza, efficienza! Forse ha ragione lei, onorevole Veltroni. È questa la strada da battere.
Una mattina l’avvocato X.Y. incrociò nei corridoi del tribunale un collega scuro in volto. Scherzando, gli fece presente che quel cupo atteggiamento gli avrebbe precluso ogni approccio col gentil sesso e si offrì come suo mentore in materia di seduzione. Non l’avesse mai fatto. Qualche giorno appresso gli venne notificato un atto di citazione davanti al giudice di pace: «L’avvocato X.Y. parlando con diversi colleghi si vantava del fatto che egli era dotato di maggior fascino rispetto al comparente e, quindi, al contrario di questi riscuoteva notevole successo negli approcci con esponenti del sesso femminile. Vero è che l’esponente può vantare al proprio attivo numerose relazioni con donne provenienti anche da numerosi Paesi dell’Unione europea». Seguiva richiesta di 500 euro «quale risarcimento per l’ingiusto pregiudizio arrecato al diritto all’identità personale».
Un qualsiasi magistrato, degno di questo nome, avrebbe chiamato i due e li avrebbe diffidati dal rimettere piede in tribunale se prima non si fossero chiariti fra loro al bar. Macché. L’avvocato X.Y. fu costretto a nominarsi un difensore di fiducia e a eccepire, chiedendo a sua volta 500 euro per danni, che «anche il mio contraddittore ha propalato in pubblico di avere migliori capacità seduttive rispetto alle mie», e a precisare che «se era vero che l’attore ha avuto approcci con donne di tutta Europa, io, viceversa, mi posso vantare di aver avuto, prima di convolare a nozze, avventure con donne meridionali, notoriamente più “difficili” rispetto a quelle asseritamente frequentate dalla controparte». Il giudice di pace depositò una sentenza tanto salomonica quanto innovativa: «Dichiara “il diritto di ciascuno di essi non travisato nella pubblica considerazione per quanto attiene all’immagine della propria personalità”». Uno a uno, palla al centro.
E il leader del Pd pensa di sveltire la macchina della giustizia affidandosi a personaggi del genere? Auguri. A noi, però.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it