Gaffe di Prodi: «Vertici noiosi Putin? Lo voleva solo Chirac»

Il premier vanta sintonia con i francesi ma poi li punzecchia: «Sono loro ad aver cambiato le posizioni più radicali, non certamente noi»

nostro inviato a Riga (Lettonia)

L’esordio è quasi avesse in capo l’elmetto, come si conviene in queste situazioni: «Abbiamo preso alcune decisioni, anche di sostanza. E c’è stata grande condivisione degli obiettivi, a partire dalla necessità di mantenere un Afghanistan libero e indipendente». Ma a Romano Prodi stanno meglio altri copricapi, si sa. E così il resto della mezz’oretta concessa alla stampa italiana per fare il punto della situazione è risultato un calando assai poco rossiniano chiuso da una clamorosa confessione che sa di disimpegno. Gli chiedono se l’appuntamento gli sia andato a genio. Lui sbuffa, storce la bocca e nota che «quando si è in 26 al tavolo e ognuno vuol dire la sua... è una bella noia».
Non gli è piaciuto troppo, insomma, il doversi sorbettare il summit Nato in cui in pratica ognuno è rimasto sulle sue, alla faccia della condivisione degli obiettivi. Perché il premier ci tiene, subito dopo l’esordio, a far sapere di non aver concesso nulla ma proprio nulla a Scheffer e a chi gli sta alle spalle e cioè George W. Bush. Ma, e le chiamate d’emergenza se dovessero insorgere rischi al sud per la guerriglia talebana? «Tutto resta come prima», giura lui compito. Potrà essere chiesto aiuto, ma a Roma si valuterà e si deciderà caso per caso. Più soldi, magari, visto che il segretario generale della Nato ha fatto sapere che «non ci si può mantenere con le elemosine»? Lui fa ancora di no, muovendo il faccione. E, forse non a caso, evoca, assieme ad imprecisati altri, il presidente polacco Kaczynski che passa per buon amico di George W., il quale avrebbe detto in seduta plenaria che «le missioni militari costano già tanto» senza che si vengano a pietire nuove concessioni.
Né finisce qui il Prodi che approfitta dell’occasione per levarsi qualche sassolino dalle scarpe. Perché nel replicare a chi gli chiedeva se in effetti il suo governo non avesse concesso proprio nulla alle richieste di maggior impegno della Nato - mentre D’Alema confermava il nostro impegno a Kabul ipotizzando che possa essere lungo - lui ribadiva secco: «Noi no. Non cambiamo gli impegni assunti... forse la Francia, che aveva posizioni più radicali, ha cambiato qualcosa. Accettando di fare quanto già facevano Italia e Germania». Stilettata a Chirac che con il sì al «gruppo di contatto» ha scippato di fatto la conferenza internazionale evocata dal premier e da D’Alema (anche se Prodi dice che potrebbe divenire prodromica alla richiesta italiana)? Qualcuno potrebbe dir di no, vista la sintonia che il capo dello Stato francese e il premier italiano dissero congiuntamente di aver trovato a Lucca la settimana scorsa. Ma è un fatto che subito dopo - facendo cenno all’ipotesi ventilata il giorno prima che a Riga si presentasse ieri Putin per celebrare i 74 anni di Chirac - il Professore rivela candido che non dal Cremlino sarebbe partita l’idea, bensì dall’Eliseo. Lui fa capire che non avrebbe gradito l’inaspettato ospite in casa Nato. Ma che abbia svelato il dietro le quinte pare una conferma che con Parigi non corra troppo buon sangue, almeno in questa fase. Una rivelazione, ma anche uno strano silenzio. Prodi ha infatti raccontato anche del suo faccia a faccia con Erdogan, «assolutamente soddisfatto dell’incontro col Papa». Ma si è fermato qui. Omettendo stranamente di dar conto di quello che poche ore dopo la tv turca Ntv ha reso noto: e che cioè la notizia del congelamento del rapporto con Ankara scelto dalla commissione Ue è arrivato giustappunto quando i due erano impegnati nel faccia a faccia. Nemmeno una parola su questo dal premier, forse perché fu lui ad aprire le porte ai turchi da presidente della commissione o perché la reazione di Erdogan - come poi si è visto - non dev’essere stata delle migliori. Anche se Prodi non cambia una virgola della sua consueta predica: dialogare, dialogare, dialogare. Buffo allora si sia detto annoiato da tanto dialogo in quel di Riga.