Gag e telecronache con una laurea in Giurisprudenza

Per un uomo che pesa più di un quintale spostarsi è sempre complicato. Allora ti tocca prendere la macchina e andarlo a beccare fin quasi a Lecco. E mica in un posto qualunque, ma in uno scelto con cura da quel grande amico mio che risponde al nome di Giacomo «Ciccio» Valenti: Imbersago. Praticamente la residenza di campagna della famiglia Moratti. Quel maledetto interista del Ciccio - 100 chili di assoluta simpatia - l’intervista ha voluto concedermela solo qui, davanti al portone della villa, ubicata - manco a dirlo - in via Angelo Moratti.
Almeno hai avuto modo qualche volta di farti ricevere a corte?
«Mai. Finora sono riuscito a parlargli solo per telefono. I miei rapporti con la famiglia Moratti si limitano a saluti estemporanei via cellulare. Pure la conoscenza con Gigio Moratti, uno dei figli, è avvenuta in maniera casuale».
Racconta...
«Stavamo realizzando per Mediaset una candid-camera davanti alla stazione Centrale. La scenetta consisteva in una bella ragazza che fermava i passanti chiedendogli in prestito il cellulare per una chiamata urgente, poi entravo in scena io - finto fidanzato geloso - e mi arrabbiavo perché stava telefonando di nascosto a qualcuno. Beh, quella volta ci capitò di fermare un ragazzotto in bicicletta, molto distinto e parecchio sulle sue, il quale non esitò a prestare il cellulare alla nostra comparsa. Dopodiché arrivò il sottoscritto, strappò il telefono dalle mani della ragazza, lo sostituì con un altro senza farsene accorgere, e lo gettò con violenza per terra. La vittima fece per raccoglierlo e cadde dalla bici. Da spanciarsi. Ma ridemmo ancor di più quando ci disse di chiamarsi Moratti, di abitare in via Bigli e di essere il figlio del presidente».
Tu però devi deciderti: o da buon livornese tifi Livorno, oppure da brianzolo d’acquisto fai l'interista. La fede calcistica non è mai bipartisan...
«Diciamo che sono un interista nato a Livorno. Per me l’Inter è tutto, però non posso non provare simpatia pure per la squadra della mia città natale».
Due squadre che quest’anno hanno offerto il meglio di se stesse quanto ad aiutini arbitrali e partite combinate. E meno male che il demonio del calcio si chiamava Luciano Moggi...
«Ascoltami bene, “gobbaccio”: tra Moggi e noi c’è la stessa differenza esistente tra uno che fa la dieta e un grassone. Non puoi venirmi a dire che sono in sovrappeso l’unica volta che mi sono lasciato andare a tavola. Per Moggi l’abbuffata era la regola. Vuoi davvero farmi credere che l’Inter sia riuscita a mettere in piedi, in un anno solo, una struttura parallela simile a quella moggiana? Impossibile».
Per forza, voi siete gli «onestoni». Quanto hai goduto nel vedere la Juve retrocessa in B?
«Nemmeno troppo, dopo anni di bocconi amari la gioia per la vittoria dello scudetto è stata nettamente superiore».
Per quale scudetto? Quello di «cartone»?
«Quel titolo ci è stato assegnato correttamente. Anche se forse non era giusto festeggiarlo. Il vero d-day per me è stato il 22 aprile 2007: il giorno in cui l’Inter ha vinto a Siena il suo scudetto sul campo e il mio figlioletto Lorenzo, dopo un mese, mi ha sorriso per la prima volta. Impagabile».
Come ninna-nanna cosa gli cantasti, «vinciamo senza rubare»?
«Ma va’, io quel giorno urlavo soltanto “siamo noi, i campioni dell’Italia siamo noi”. Ero talmente felice che inforcai la moto e, senza casco e con gli occhi rossi, mi precipitai in piazza Duomo. Dove Moratti tagliava una mega torta e la distribuiva ai tifosi: sembrava uno sposo al matrimonio. Lui è fatto così, è un tifoso vero».
Spesso ragiona come un ultrà, e questo infastidisce i tifosi delle altre squadre...
«Ti dirò, nemmeno io condivido tutto ciò che dice e che fa. Quando sostiene che non sempre i campionati sono stati limpidissimi ha ragione, però Ronaldo e Roberto Carlos li ha ceduti lui, Macellari e Karagounis li ha comprati lui. Di errori ne ha fatti, e tanti. Però noi interisti non riusciamo a non provare affetto nei confronti di un petroliere che si è sposato con un’ecologista. Il massimo dei controsensi».
Dopo Calciopoli è riuscito a reclamare pure gli scudetti persi nel ’98 e nel 2002...
«Sbaglia. Nel ’98 pure noi ci mettemmo del nostro: ricordo le sconfitte con Bologna, Bari e Atalanta. Però l’episodio di Ronaldo a Torino fu clamoroso».
Un normale scontro di gioco...
«Sì, anche la volta che non diedi la precedenza, mi scontrai con uno che veniva da destra e distrussi l’auto. In quell’occasione si superò il limite, e l’arroganza dell’allora “triade bianconera” fu quella di pensare che nessuno se ne potesse rendere conto. Insopportabile».
Quella Juve non c’è più...
«Sì, adesso ce n’è un’altra che manda le lettere alla Federazione per lamentarsi degli errori arbitrali. Brutto perdere così, vero?».
Non cambiare discorso, torniamo ai reclami morattiani: lo scudetto del 5 maggio?
«Un incubo. Ricordo di essere rimasto appoggiato per mezzora alla porta del bagno in curva Nord all’Olimpico e di aver fatto il viaggio di ritorno in silenzio fin quasi a Grosseto. Mi fermai a Livorno, ma non riuscii a festeggiare come Dio comandava manco il ritorno in A degli amaranto dopo 35 anni. Esorcizzo tutti quei momenti tragici pensando che, quel giorno, facemmo le prove generali per la vittoria scudetto. Meglio: facemmo tutti il vaccino contro le sconfitte. Nei momenti tristi della stagione ripenso a quel giorno, faccio il richiamo e sono immune da ogni nuova delusione».
Comprese le continue eliminazioni in Champions?
«Le vittorie degli scudetti sono qualcosa che durano nel tempo. Attestano un dominio assoluto. In Champions la fortuna o la sfiga possono determinare l’esito di una partita. Come col Liverpool, il Valencia, il Villarreal».
Eh sì, peccato che capiti sempre a voi...
«Guarda, c’è chi in una finale di Champions ha fatto peggio. Eppoi, ripeto: ora sono immune, ho il vaccino».
Però voi non vi smentite mai: vincete tre scudetti di fila e fate fuori l’allenatore. Siete comici!
«Questa storia della comicità interista è una leggenda metropolitana. La nostra supposta auto-ironia è piena di piaghe. Quando uno mi dice che gli interisti sono destinati a soffrire, lo invito a prendersi un chiodo e piantarselo nel ginocchio, così poi vediamo se riesce ancora a ridere».
Ad ogni modo, vaccino o non vaccino, stavate per coprirvi di ridicolo pure quest’anno se solo non aveste vinto a Parma l’ultima partita di campionato...
«E non è bello vincere così? C’è chi ha conquistato titoli mondiali ai calci di rigore eppure ha festeggiato lo stesso».
Ma vai ad accendere un cero a Sant’Ibrahimovic... ti rendi conto che hai rivinto lo scudetto grazie ad un ex giocatore della squadra che più detesti?
«Uhmm, mi rendo conto che stai ancora soffrendo per la sua cessione. È come se venissi a dirmi quant’era dolce la tua ex fidanzata con la quale adesso esco io. Certo che lo so».
Come l’hai festeggiato quest'ultimo tricolore? Di nuovo in moto senza casco?
«Non ho potuto festeggiarlo perché quella sera ero a Guastalla, alla festa degli gnocchi, a ritirare, per la quarta volta consecutiva, lo gnocco d’oro».
Premio quanto mai azzeccato per un interista sovrappeso. Però scusa, avresti dovuto rinunciare: quando ti capiterà ancora di festeggiare due scudetti di fila dell’Inter?
«Lo dico sempre anch’io: ha visto più scudetti mio figlio Lorenzo in 15 mesi di vita che io in 42 anni».
Infatti non ti invidio. Per uno juventino festeggiare è la normalità, per un interista è un evento. A te sarà capitato tre volte...
«Nemmeno, perché quando vincemmo il tricolore con Invernizzi portavo ancora i pannoloni e, nell’80 feci la varicella e non potei uscire di casa. Il primo fu lo scudetto vinto col Trap».
Lo vedi quanto sei sfigato? Eppoi dici che non bisogna dirvi che siete comici...
«A me puoi dirlo, lo faccio di professione».