Il «gagaismo» è vero pop Si balla da Kabul a Rimini

Sì, il «gagaismo» è la nuova frontiera del pop. Sempre più trasversale, freneticamente multimediale. E la musica, scusate, ne è solo uno dei tanti mezzi, non il fine unico: pensare il contrario sarebbe utopico un po’ come aspettarsi un disco noise da Al Bano. E perciò con Born this way, che è un perfetto «heavy metal rave pop» come ha scritto Dan Martin di NME, Lady Gaga non si rivolge allo stesso pubblico degli islandesi Sigur Ros o dei giapponesi Melt Banana né ruba spazio, chessò, a Van Morrison o a Leonard Cohen. Sono su piani diversi perché il pop - se è autentico e quindi è anche popular - rifiuta i virtuosismi, le impennate letterarie, i linguaggi forsennati. È, dopotutto, basato sul plugging, sulla continua e quasi insolente riproposizione di un brano o di un video di immediata o quasi decifrazione, e quindi destinato per definizione all’ascoltatore «passivo», spesso svogliato e distratto, non a quello «attivo» che si riconosce altri cromosomi perché già in possesso di un preciso gusto musicale. Insomma, Lady Gaga non è in gara con Bjork o con Marianne Faithfull, per dire. E’ in gara con noi: vince se si fa capire, vince se attira lo spettatore, anche quello casuale. E Born this way, nonostante fosse il secondo disco, cioè il tipico killer per una popstar, ha vinto la gara. Il filo conduttore musicale è, certo, la dance che assorbe elettropop, tracce di house, fili di techno, persino hard rock (il riff di Electric chapel sembra uscire da Slip of the tongue dei Whitesnake, 1989) e britpop (il finale di You and I ricorda All around the world degli Oasis), con inattesi sprazzi di sax (in Hair) e prevedibili, ma ridotte, cadute nel deja vu come in The edge of glory, in Highway unicorn o in Bloody Mary che nella costruzione del ritornello ricorda clamorosamente la sua Paparazzi. Quattordici brani, uno scopo solo: allargare i confini fin dove si può e abbracciare chiunque fin dove è possibile, sfuggendo le valutazioni tecniche (la voce è quel che è) o stilistiche (il pop non è un genere musicale, è una forma di comunicazione). In più ci sono i testi, meno banali di quel che sembra in Government hooker (nel quale cita John Fitzgerald Kennedy e allude a Marilyn e a tutte le donne che perdono rispetto di sé diventando sostanzialmente «puttane di regime», no allusioni all’italianità, please) e ampiamente diluiti in un melting pot anche linguistico come in Scheiße (che ricorda qualcosa di Madonna) o nella furbetta e spagnoleggiante Americano, che andrà dritta al mercato dal Messico in giù. Alla fine il disco pop perfetto nel 2011, uno dei pochissimi fil rouge che attraverseranno con un unico linguaggio, più di Hollywood o della tv, tutto il mondo da capo a fondo. Saremo pure, come si dice, in un conflitto di civiltà, ma Lady Gaga la ascolteranno a Riyad come a Tokyo, a Ulan Bator come a Kabul o a Rimini e Dublino. E questo è pop, accidenti. Il resto è solo, si fa per dire, musica.