Galan: «Serve un Veneto autonomo per evitare il rischio disgregazione»

nostro inviato a Venezia

Governatore Giancarlo Galan, è vero che per sostenere le sue battaglie sull’autonomia regionale, e dopo i contrasti con i vertici di Forza Italia, ha in mente un partito alla bavarese, diciamo una «Forza Veneto»?
«Naturalmente no, non ho in mente né ho mai detto nulla del genere. È vera però una cosa, che è anche il motivo di fondo di una certa tensione nel centrodestra veneto: è tornata in superficie una questione antica, cioè l’autonomia della regione e delle forze politiche che la guidano. Quando iniziai la straordinaria avventura di fondare Forza Italia nel Veneto e poi ebbi il grandissimo onore di presiedere la Regione, qualche amico della vecchia Dc veneta mi aveva fatto notare la vocazione autonomista di una parte importante del partito cattolico. E ricordiamoci che la Lega è nata qui, e soltanto dopo è diventata la Lega di Bossi. La storia millenaria della Repubblica di Venezia evidentemente ha lasciato queste pulsioni nel nostro Dna».
Si dice: il Veneto è un gigante economico e un nano politico. È a questo «nanismo» che vuole rimediare?
«Eh, il Veneto senza ministri... L’ho sempre ritenuta una colossale sciocchezza. Noi abbiamo avuto un grande ministro “veneto” che si chiama Silvio Berlusconi: dai suoi governi questa regione ha ottenuto cose che i famosi superministri democristiani neppure lontanamente si erano sognati. Non siamo dei nani politici, la mia amministrazione non ha mai sentito complessi di inferiorità perché il gigantismo economico e culturale è andato di pari passo con la capacità di esprimere una leadership politica. Non confondiamo la cultura autonomistica veneta, che appartiene all’animo più profondo di questa terra, con il numero di poltrone».
L’eredità storica e culturale della Serenissima non è un po’ poco per chiedere l’autonomia regionale?
«La storia, come diceva Braudel, ha tempi molto lunghi. Ma in questi giorni, senza averle né cercate né invocate, sto ricevendo decine e decine di lettere e messaggi di elettori che mi spingono verso una maggiore autonomia dai partiti nazionali. Non incoraggerò mai una simile rivendicazione, però bisogna sapere che c’è».
E che cosa chiedono?
«Federalismo fiscale e autonomia regionale. Ciò che reclamiamo da anni nella solitudine più totale del centrodestra. Abbiamo fatto di tutto e di più per far notare questo problema, ma non ho sentito il conforto del livello nazionale. Forse c’è un’incapacità mia personale, ma mi sembra strano perché noto l’interesse di ministri come la Lanzillotta e Amato, e addirittura del presidente della Repubblica. Qui da anni Comuni e adesso perfino Province come Rovigo chiedono statuti speciali. Qui, e non in Lombardia, il fisco è diventato una battaglia nazionale. Qui sono nati i referendum per cambiare regione. Qui Napolitano ha detto che il metodo del secessionismo va respinto, e che dunque la Regione fa bene a battersi per il federalismo fiscale. In certe battaglie bisogna sentirsi parte di una squadra, ma la mia squadra dov’è?».
Su questi temi lei trova più attenzione nel governo che in Forza Italia, è così?
«Sì. Mettiamocelo in testa: abbiamo il diritto di avere il federalismo fiscale e le altre forme di autonomia, sono scelte vitali per evitare la disgregazione. Il centrodestra deve premere sul governo e mi sta anche bene che vada a trattare Roberto (Formigoni, ndr), non m’interessano le primogeniture. La disparità con le regioni a statuto speciale è ingiusta e sta diventando insopportabile: il Veneto viene spremuto ma le nostre tasse finiscono pochi chilometri più in là. E sentir dire il signor Durnwalder (senza che nessuno dei miei, a Roma e a Milano, lo mandi a quel paese) che non gli interessa nulla delle regioni non virtuose, che si arrangino... Ma come? Vivi con i nostri soldi da cinquant’anni e non hai ancora imparato a dire grazie Italia che ci fai vivere come nessun’altra regione d’Europa? Se uno dice Forza Veneto non vuole fare un altro partito, ma ottenere quello che è nostro diritto sentendosi meno solo».
Con «Forza Veneto» si sarebbe arrivati prima al candidato unico a Verona?
«Bisognava essere determinati fin dall’inizio. E non è vero che me ne sono disinteressato, lo dico senza polemica. Ho partecipato, parlato, sentito. Bastava agire da subito in modo più coerente e deciso. La scelta è caduta su Flavio Tosi, che cosa devo dire? È un mio assessore, è bravo, fa bene il difficilissimo lavoro alla Sanità...»
...Amministra tre quarti del bilancio veneto...
«Però bisognava comunicare fin dal principio un messaggio unitario. Il rammarico maggiore di questo periodo è stato vedere Forza Italia arrivare all’autolesionismo dei tre candidati. È dovuto intervenire il presidente Berlusconi per aggiustare le cose».
Sconfessando di fatto i coordinatori che avevano avallato la doppia candidatura, o no?
«Eh sì».
Il suo «non possiamo essere dei coglioni» ha smosso le acque.
«Ho usato un’espressione forte, ma chi mi conosce sa che dopo due minuti sono pronto ad andare a fare una mangiata o una bevuta assieme. Dal Veneto non poteva arrivare un segnale di divisione. La Regione è guidata da un centrodestra unito che impone scelte di dimensioni nazionali, che ha fatto le grandi battaglie per il Mose, il Passante di Mestre, la Valdastico, la revisione dei criteri con cui sono governate (e spesso sgovernate) le autostrade, che ha imposto anche alla sinistra la rifondazione di Porto Marghera, la più grande area post-industriale italiana. Che qualcuno mi citi una crisi del centrodestra veneto. Bisognava seguire subito questo esempio. Adesso finalmente siamo uniti e vinceremo».