Galassi, la million dollar baby: «Boxe in carcere, perché no?»

Il fisico minuto e gli occhi verdi sono ingannatori: Simona Galassi è una ragazza che picchia e non scherza. Romagnola della zona di Forlì, laureata in scienze motorie, tesi sul pugilato con 110 e lode, nel mondo della boxe femminile dilettantistica è già una da guinness: tre volte campionessa del mondo dei pesi gallo, unica nel genere. Oggi Simona è alla soglia dei 34 anni che compirà in giugno, età limite per combattere fra i dilettanti. Quindi cosa farà da grande, ovvero tra otto mesi?
«Passerò al professionismo. Con un po’ di rammarico, perché in Italia si guadagna meglio da dilettante che da professionista. Niente di eccezionale: una medaglia, per esempio, vale 750 euro. Quando sei in collegiale incassi 35 euro al giorno. Ma si combatte di più: io vado dai 18 ai 25 match all’anno».
Magari andrà a combattere in qualche galera, come capiterà lunedì all’americana e alla carcerata thailandese?
«Non so, non certo al primo incontro da professionista. Valuterei il contesto, dovrei avere motivazioni valide».
I mondiali in galera finora sono stati materia per i maschi. Significa che voi donne copiate. Adesso l’ambiente maschilista della boxe vi guarderà ancor più di sbieco....
«Quando ci sono di mezzo gli americani non c’è da stupirsi di nulla. Per loro va bene tutto ciò che fa spettacolo. Ma perché stupirsi per due donne che si battono in carcere? Basta che siano seguite le regole del pugilato. Serve per far parlare della boxe femminile. E nemmeno mi preoccuperei degli sguardi di sbieco. Io, per esempio, vivo la boxe con passione, serietà, dedizione».
Una volta contava anche per il riscatto sociale. Vedi quella ragazza in prigione...
«Può succedere ancora in Thailandia, ma ormai il riscatto sociale vale per pochi. Il nostro mondo non è legato a questi cliché antichi a cui è radicalmente aggrappata la boxe. Oggi combattere vale come riscatto morale: non ti togli più dalla strada, ma ti confronti con te stessa, migliori le qualità, combatti contro i tuoi difetti, provi emozioni, costruisci un buon fisico e il carattere».
Con queste idee è già una donna da record...
«Non me lo aspettavo: alla vigilia dell’ultimo campionato del mondo, disputato in ottobre, c’eravamo io e una russa che potevamo far tripletta in categorie diverse. Pensavo che lei ce la facesse. Quando ha perso, ho cominciato a rendermi conto di tutto questo».
E quando sarà professionista dove andrà? Magari a cercare una Laila Alì da affrontare con conseguenti introiti economici?
«Andrò all’estero dove si guadagna meglio: Germania, Russia, Stati Uniti. Purtroppo Laila pesa 75 kg, non potrò affrontarla mai. Spero di trovare qualche altra figlia d’arte. Laila racchiude due qualità: è brava come pugile e fa guadagnare anche chi l’affronta».
E se le proponessero di andare a combattere in un carcere maschile?
«Contro una donna ci andrei, ma se racchiudesse un discorso più ampio: insegnare per una settimana la boxe e concludere con un incontro. Così tutto avrebbe senso».