Galassi: «Tarpare le ali al Nord significa tarparle a tutto il Paese»

«Ieri ho impiegato tre ore per andare a Mantova e ce ne vogliono quattro per andare in Veneto! I soldi dei lombardi devono poter essere usati per costruire le infrastrutture indispensabili alla Lombardia». Paolo Galassi è appena stato rieletto presidente di ApiMilano, l’associazione che riunisce tremila piccole e medie imprese di città e provincia. E rilancia con forza temi storici: «Tarpare le ali al Nord vuol dire tarparle a tutto il Paese. Ecco perché il federalismo fiscale è indispensabile».
Qual è la priorità delle imprese?
«Il più grosso problema delle imprese milanesi e del Nord produttivo è la carenza di infrastrutture. Il 69% delle Pmi milanesi opera con i mercati esteri e dobbiamo essere competitivi con gli avversari europei. E poi, se si dà alla Lombardia la possibilità di evolversi, trascinerà verso l’alto anche le altre regioni».
Lei teorizza la riscoperta della vocazione industriale di Milano. Non si sente controcorrente?
«Le piccole e medie imprese manifatturiere dell’area milanese sono le uniche ad aver aumentato la quota di occupati a tempo indeterminato. È uno dei motivi per cui è su queste che si deve investire».
Boccia la Milano della Borsa e dei servizi?
«La Milano del terziario avanzato è un’utopia. Pensi alla Svizzera: è una cassaforte finanziaria ma grazie a ciò mantiene solo un milione di persone. Così persino la Svizzera ha deciso di puntare sul manifatturiero ad alta tecnologia e basso impatto ambientale, che nel caso elvetico vuol dire orologi, cioccolato, farmaceutica. È quel che vorrei io per Milano. La rinascita sta nell’eccellenza del manufatturiero, nella manodopera altamente specializzata e nel collegamento con un’università forte».
Lei ha fatto parte della tavolo per la competitività della Regione. Con la legge sono stati fatti passi avanti?
«Certamente e durante quei confronti è venuta fuori la differenza tra chi, come noi, punta a un capitalismo di massa attento al benessere del territorio e chi rappresenta un capitalismo feudale, imperi finanziari per cui non c’è differenza tra l’investire su Malpensa o su un aeroporto in Turchia. È seguendo queste logiche che le città si svuotano, come è accaduto alla City di Londra. Se vogliamo una Milano sociale e culturale che vive anche dopo le undici di sera, è indispensabile investire sul manifatturiero e dunque sul benessere diffuso».
Nel suo programma chiede un ripensamento dell’urbanistica della città. Pensa a qualche spazio in particolare?
«Chiedo di usare le aree dismesse, a partire da Arese, per le piccole e medie imprese innovative, collegandole ai centri di ricerca. L’Università di Milano ha 64 progetti ad alta tecnologia che ci comprano i giapponesi e che gli italiani non riescono a usare! A ogni progetto potrebbe corrispondere un’impresa, che darebbe occupazione e rivitalizzerebbe la città. Ci sono già abbastanza case a Milano e continuare a costruire mentre la popolazione diminuisce è assurdo».