Galassia Gutenberg è solo un satellite

Andando in treno verso Napoli l’occhio cerca istintivamente le montagne di spazzatura viste tante volte in televisione. Invece non ce n’è traccia (sì, qualche dozzina di sacchi abbandonati vicino alla stazione di Aversa), come si fosse provveduto a sgomberare almeno le zone visibili ai viaggiatori. Nessun cumulo immondo neppure nel centro di Napoli, anche se il tassista provvede subito a informarti che il turismo è crollato, che in periferia è un disastro, e che c’è paura soprattutto per la gran quantità di rifiuti tossici che sarebbe stata seppellita qua e là.
La «mondezza» - trasformata in arte e in indagine sociologica - ti invade appena entrati a Galassia Gutenberg, la fiera del libro napoletana, giunta alla XIX edizione e terminata ieri. Alberto Abruzzese, in un incontro sul tema, propone di «scavare dentro la ricchezza simbolica della spazzatura» e, mal comune mezzo male, annuncia che Napoli è solo all’avanguardia di un problema che presto affliggerà tutto il mondo occidentale. «Per ragioni storiche», spiega, «Napoli è una città dove le cose sono visibili, laddove in altri posti vengono nascoste».
Sarà, ma la spazzatura non dovrebbe essere né esibita né nascosta, bensì eliminata. Né è un caso che Pablo Balbontin Arenas, un fotografo spagnolo finora noto per i suoi reportage sulla tragedia del popolo curdo, esponga proprio a Galassia Gutenberg la mostra «Immondo», un’impressionante serie di fotografie su Napoli sommersa dai suoi stessi rifiuti. È una scelta coraggiosa da parte degli organizzatori di Galassia Gutenberg, e viene in mente che proprio in questi giorni, il trash culturale abbonda invece nel civilissimo Piemonte. Dove l’assessore regionale alla cultura ha minacciato di ritirare i finanziamenti all’importante Premio Acqui Storia perché l’assessore alla cultura di Acqui, Carlo Sburlati, ha osato mettere in giuria alcuni - pregevoli - intellettuali di destra: Pietrangelo Buttafuoco, Maurizio Cabona, Gennaro Malgeri, Mauro Mazza e Francesco Perfetti. Sburlati ha tenuto duro e l’assessore regionale, diessino, da buon politico, si è autosmentito e ha dovuto ammettere che il premio Acqui è sempre stato monopolio della sinistra.
Di fronte a simili episodi di arroganza politico-culturale, la spazzatura di Napoli sembra quasi meno grave, suscita meno impressione. E fa simpatia lo sforzo di questa città martoriata di organizzare, nonostante tutto, la sua fiera del libro. Che però, invece di una galassia, sembra sempre più un satellite che ha perduto l’attrazione dei grandi editori. Già è grave che manchino quasi tutti quelli del nord, a parte Einaudi e il gruppo Longanesi.
È desolante che abbiano disertato la manifestazione anche i più prestigiosi editori meridionali: la mancanza di Laterza, Sellerio, Rubbettino, per esempio, è una pugnalata a Galassia Gutenberg. Meno editori significa anche meno autori di richiamo, e di conseguenza meno pubblico, in un circuito perverso che anno dopo anno porterà sempre meno pubblico, e quindi sempre meno editori, meno autori.
È stato un mezzo fiasco il treno festoso che sabato doveva portare centinaia di lettori da Roma a Napoli, insieme a un gruppo di autori, fra cui il più ambito - Federico Moccia - ha disertato. Anche il sole, già di primavera, ci ha messo del suo e fino a sabato pomeriggio pochi visitatori si aggiravano per gli stand della Stazione Marittima, da qualche anno nuova sede dell’esposizione.
E sembra che neppure lo spostamento in centro città, da Fuorigrotta, abbia giovato a Galassia Gutenberg. Se la sede è più centrale, desolato è l’allestimento, senza gusto e senza amore, con gli stand che sembrano bancarelle di un mercatino, con pesanti cavi elettrici che si arrampicano sui muri e volteggiano grevi sulle teste del pubblico.
Non sono presenti neppure tutti i molti editori napoletani, ed è significativo che lo stesso quotidiano della città, Il Mattino, releghi gli articoli sulla Fiera nella pagine di cronaca cittadina. Del resto, anche la stampa nazionale ha disertato, e anche in questo caso la Galassia evanescente si morde la coda. È vano cercare, nella sala stampa, dei computer che permettano di scrivere: non ci sono, e le hostess desolate ti consegnano una cartellina con la bella, rappresentativa, immagine della fiera di quest’anno, un asino che legge. Eppure l’intelligenza e la cultura meridionali sono vive e vitali.
Lo dimostra la presentazione di una rivista, «Sinestesie» (www.rivistasinestesie.it), che è il prodotto del genere più interessante che mi capiti di vedere da anni. Fondata e diretta da Carlo Santoli, un quarantenne dell’università di Salerno, e scritta quasi per intero da studiosi dell'aerea campana, «Sinestesie» presenta un ponderoso numero sul centenario di Carducci e un altro - fascinoso - sulle scritture contaminate, ovvero sulle «interferenze, le intersecazioni, i “prestiti” da un ambito all’altro del sapere: letterario, scientifico, artistico, tecnico» (dall’introduzione di Alessandra Ottieri). Le scritture contaminate sono il futuro di un universo letterario sempre più multimediale, e scoprirne le radici è utile come immaginarne le prospettive. Sono letture come questa a dimostrare che Napoli meriterebbe molto di più da una sua fiera sull’editoria.
Invece, in mancanza d’altro, ci si affolla soprattutto intorno ai banchi di libri per bambini e a quello di un curioso editore che promette libri fai-da-te à la carte (www.boopen.it). Grande successo ha anche lo stand di «Sensibili alle foglie», la casa editrice di Renato Curcio. Forse anche perché il fondatore delle Brigate rosse sta al banco, a gestire una cassa sorprendentemente pingue grazie anche all’ovvio, grande successo, del volume di Davide Pelanda 'A munnezza, ovvero la globalizzazione dei rifiuti, fresco di stampa. Mentre, tutt’intorno, quasi ogni editore esibisce volumi sulle Br e sul rapimento di Moro, vedere quest’uomo sereno e pacioso, sensibile alla cassa, è uno choc che fa riflettere sulla società italiana, e che da solo vale tutta la fiera.
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