Galilea, l’ira di arabi e drusi contro Hezbollah

Il Partito di Dio contestato duramente per le vittime dei 200 katiusha. L’aviazione israeliana martella Beirut e l’esercito avanza via terra

Gian Micalessin da Kiryat Shmona Non è rimasto più nessuno. O quasi. Giornalisti, polizia e soldati in superficie. Qualche centinaio di anime nelle catacombe dei rifugi. Gli altri 25mila hanno abbandonato la città cercando riparo a sud di Haifa. Kiryat Shmona è un intrico di strade senza vita. Una reliquia post nucleare a tre chilometri dal confine. Eppure carne da ferire le katiusha ne trovano ancora. Quel soldato riservista, per esempio, accampato in un kibbutz poco lontano dal centro in attesa della battaglia. Un katiusha lo sorprende allo scoperto, lo riduce in fin di vita. Come le altre tre vittime, tutti arabi, caduti sotto i colpi di Hezbollah 30 km più a sud, nei villaggi drusi, musulmani circassi e cristiani dell’Alta Galilea. Bilanci atroci anche di là del confine. Gli aerei israeliani martellano di nuovo Beirut, abbattono ponti e sopraelevate in direzione della Siria, colpiscono anche nei quartieri cristiani, scaricano tonnellate di bombe sulle roccaforti sciite della periferia sud. A Qaa, nella valle della Bekaa, al confine con la Siria, 30 operai curdi e siriani vengono falciati da bombe e missili mentre lavorano in una fattoria. A Taybe, roccaforte sciita sette km a nordovest di Metula, sul versante nordorientale del confine, i bombardamenti seppelliscono sotto le macerie altri sette innocenti. Da questa parte della frontiera le 200 katiusha di giornata piovono nell’arco di due ore, guidate da un destino cinico e crudele, da congegni di mira incapaci di adeguarsi ai paradigmi di razza e religione di queste parti. Che dire di quella piovuta nel villaggio di Maghar, 29 km a nordovest di Tiberiade? In quel pugno di case arabe, divise tra cristiani drusi e musulmani, i missili di Hezbollah hanno dilaniato una quindicenne, e ora tocca alla mamma 27enne Manal Azzam. La disgraziata non ha rifugi in cui nascondersi, può solo correre nella stanza più interna, quella con più mura e mattoni attorno. Ma non basta. L’ordigno cieco la insegue fin lì e la dilania, così come ieri ha fatto a pezzi un gruppo di ragazzini ebrei a San Giovanni d’Acri. Anche altrove la vampata di missili è una folle raffica fratricida. A Majdel Kromun, villaggio arabo a est di Naharya, un diluvio di schegge massacra due musulmani. Uccisi sul colpo, come i tre pastori colpiti giovedì a Malot. Il pesante fardello di vittime patito dalla comunità araba ora incrina l’immagine di Hassan Nasrallah. Nei Territori palestinesi il segretario generale del Partito di Dio è ancora il nuovo Saladino. Tra le comunità arabe, cristiane, circasse e druse dell’Alta Galilea i missili assassini generano rabbia, seminano indignazione muovono proteste e manifestazioni pubbliche.[/TESTO][TESTO] La guerra regala anche altri lutti e altre incertezze agli israeliani. L’offensiva militare avanza a passo di lumaca, divora giovani vite. La nuova, piccola Stalingrado di Hezbollah si chiama Markaba, uno sputo di paese a nordovest di Kiryat Shmona, quattro km dal confine. Lì si blocca il tentativo di ritagliare la prima risicata fascia di sicurezza in questa zona di frontiera. Un’arma anticarro uccide un ufficiale e due sergenti alla testa delle truppe. Tre nuove vittime di un’avanzata già costata 44 soldati. Certo le perdite dei guerriglieri sciiti sono almeno il quadruplo, i lanci di katiusha appaiono meno coordinati, e la capacità di resistenza rischia d’incrinarsi una volta sigillati i canali di rifornimento dalla Siria. Ma Israele deve fare i conti con la sua opinione pubblica. Finora nessuno molla, ma le spaccature tra generali e governo, le divergenze ai vertici dello stesso esecutivo, rischiano di rendere poco chiari gli obiettivi della manovra militare. L’ultimo dissidio ha come protagonista il ministro della Difesa Amir Peretz. L’ex sindacalista sempre più vicino ai generali non si accontenta più di una fascia di sicurezza di otto km, la vuole spostata fino al Litani. Solo quel balzo di 40 km, insiste, impedirà futuri lanci di missili. Il premier Olmert, stretto tra le pressioni internazionali e le richieste dei militari, appare indeciso, titubante. Ma la guerra non aspetta e stasera, alla fine dello Shabbat, il premier dovrà decidere se il suo Rubicone scorre a ridosso della frontiera o a fianco del Litani.