Galilea martellata dai razzi Strage di israeliani: 15 morti

Dodici soldati della riserva restano uccisi dagli ordigni del Partito di dio nel kibbutz di Kfar Giladi

Gian Micalessin

da Kfar Giladi (Israele)
Sono lì. Nove lettighe nel prato. Nove coperte troppo corte. Piedi che spuntano dalla lana troppo grezza, troppo grigia, troppo ruvida per poveri resti smembrati. Grossa e spessa abbastanza per non arrossarsi troppo. L'inferno arde ancora. Schiopettio di legna, nebbia nera, riverberi arancione nella calura del mezzogiorno. E tutt'intorno il fragore della rabbia e del dolore. L'impotenza di chi contempla quel muro, la striscia vermiglia di sangue raggrumato. L'affresco di un corpo smembrato, di una vita afflosciata, scivolata esangue sulla pietra e sul cemento. Le due auto sono bracieri ardenti, lamiere contorte. È caduta qui, mezz'ora fa. Chi c'era, e per miracolo o previdenza c'è ancora, si chiede come. «Ero con loro, avevo dimenticato le sigarette, sono sceso giù alla macchina, ho sentito il colpo». Fatalità, destino, sorte. Lo ripetono per i vivi e per i morti. E questi ultimi sono già dodici pochi minuti dopo l'impatto. Diventeranno 15 con il passar delle ore, quando i medici di Haifa alzeranno le mani impotenti da altri tre corpi straziati. Oltre 60 i feriti, alcuni gravi.
L'artigliata di Hezbollah (il Partito di Dio) piove dal cielo alle 11 di mattina. Kfar Giladi è come sempre, da una settimana, affollato di militari, riservisti dai capelli troppo lunghi e dalle divise troppo consumate. E un kibbutz normale in tempi normali. E' un deserto o una retrovia affollata in questi giorni. Un kibbutz senza abitanti diventato centro d'assembramento per le riserve strappate ai lavori quotidiani. Arrivano qui in autobus, in moto, in autostop, nella macchina con ancora il seggiolino del bimbo. Passano davanti a Kiryat Shmona, la città fantasma. Proseguono per cinque chilometri, salgono la collinetta, arrivano all'appuntamento. Un parcheggio da basso, un cancello elettrico prima delle case. Chi s'è dato appuntamento con i commilitoni, con i camerati di tanti richiami, attende il loro arrivo seduto per terra, controlla fucile e munizioni. Succede così ogni mattina da una settimana. Succede anche questa domenica. Certo sarà imprudenza, come ripete ora qualcuno, ma un'ora fa chi se ne curava.
«La sirena ha suonato, ha suonato per un minuto e loro niente, loro fermi lì, a parlare, a chiacchierare come se niente fosse, sarebbero vivi, sarebbero tutti vivi se solo...». Lo ripete come un disco rotto il responsabile della sicurezza del kibbutz. Uno di quelli che da due settimane suona la sirena e salta nel bunker. Ma per loro, per i soldati è diverso. Arrivano per andare al fronte. Katyushe e mortai saranno il loro pane per i prossimi giorni. Lo mangiano in anticipo qui chiacchierando e sorridendo anche quando la sirena suona. Non vivono a Kyriat Shmona, non hanno vissuto le raffiche quotidiane, lo stillicidio di paura che ha sotterrato e svuotato la città. Vivono l'attimo, la fatalità. La morte, in un attimo fatale, li coglie. Tutti assieme. Gli uni accanto all'altro come in tanti altri richiami. Il colpo più brutto per l'esercito e per il morale in 26 giorni di guerra.
Gli elicotteri atterrano raccolgono i feriti più gravi. Le ambulanze portano via gli altri. Ma intanto le katyushe continuano a cadere, spazzano la collina, la saturano di un fumo plumbeo e mesto punteggiato da lampi rossastri. Laggiù a Kyriat Shmona fuma anche la sinagoga colpita dalla gragnuola assassina. Quassù militari, polizia, soccorritori puliscono sangue e rottami, detriti e resti umani. Tutto a posto, tutto come prima in poche ore. Meno che l'animo. Ora la gente per strada alza la testa, guarda la montagna, osserva quel confine. Lassù dopo 26 giorni di guerra il nemico sopravvive, spara, colpisce, uccide ancora. Qualcuno si chiede chi ha sbagliato. Cosa non ha funzionato. Non fa tempo ad andare a dormire e l'angoscia gli ripiomba addosso.
Ripiomba su Haifa, artiglia la metropoli 60 chilometri più a sud, la ferisce con cinque missili alle otto di sera. Due palazzine si ripiegano una sull'altra crollano, seppelliscono famiglie intere, bloccano l'entrata dei rifugi. Le squadre di soccorso scavano alla luce delle fotoelettriche, tirano fuori tre cadaveri. Per un'ora si teme il peggio, poi le macerie si aprono, escono i feriti. La città tira mezzo sospiro di sollievo. L'altro mezzo gli resta soffocato nel petto. I morti con i 15 di ieri sono già 94, 58 militari e 36 civili dall'inizio della guerra. «La tragedia di Haifa - commenta un portavoce del governo - spiega il significato della battaglia d'Israele, i motivi per cui Israele vuole a tutti i costi mettere fine al terrore di Hezbollah». Ma da qualsiasi parte si guardi, stasera quella fine ancora non si vede.