Galileo, realtà e teoria

La grandezza di uno scienziato che accettò solo l’autorità dei fatti

Galileo è noto per aver costruito il telescopio e per averlo usato per scoprire i satelliti di Giove, i crateri della Luna, le macchie solari e le fasi di Venere: tutte evidenze a favore del modello copernicano del sistema solare. Ma al grande pubblico, più che per ogni altra cosa, egli è noto per due ragioni.
La prima concerne la persecuzione subita da parte della Chiesa per aver egli voluto affermare quel modello: fu costretto a ritrattare e, contestualmente, avrebbe insistito con un «eppur si muove» (una ostinata insistenza e, date le circostanze, non priva, forse solo alle mie orecchie, di vena comica). Almeno così dice la leggenda. E a questo proposito, senza soffermarmi oltre, consiglio senz’altro di leggere anche La verità su Galileo, breve ma interessante saggio di Rino Cammilleri (Edizioni Nuova Colibrì).
La seconda ragione che rende il Galilei noto ai più riguarda il metodo scientifico. Non tanto la sua applicazione né, tanto meno, la sua invenzione - visto che Galileo non fu certo il primo ad applicarlo - quanto, piuttosto, la sua applicazione sistematica e consapevole. Consapevole della straordinaria potenza del metodo, che è, di fatto, il più potente - ancorché non unico - strumento di conoscenza che possediamo. La potenza del metodo risiede, innanzitutto, nel rifiuto di qualunque autorità se non quella dei fatti: sono i fatti e l’osservazione controllata del mondo che ci circonda il punto di partenza per la comprensione dello stesso. E sono anche il punto d’arrivo, perché ogni possibile comprensione è ad essi fatti che deve obbedire e uniformarsi: i fatti sono, insomma, l’ultimo giudice di ogni comprensione, cioè di ogni teoria.
E, già che ci siamo, proviamo a chiarire come la parola «teoria» abbia nel linguaggio scientifico un’accezione diversa che nel linguaggio ordinario: in questo, la parola significa ipotesi, congettura o, per bene che vada, pura speculazione metafisica; in quello, significa corpo di conoscenze logicamente organizzato e saldamente ancorato all’evidenza dei fatti. Insomma, una teoria scientifica è quanto di più vicino alla realtà delle cose possediamo, ed è in questo senso che va intesa la parola anche quando riferita a quei capisaldi della conoscenza - come l’evoluzione cosmologica cominciata col Big Bang o la darwiniana evoluzione biologica - che alcuni, confondendo le accezioni scientifica e ordinaria della parola, liquidano attribuendo a esse la colpa di essere «solo teorie». Che è come lamentare che siano «solo scienza».
Alla realtà delle cose una teoria scientifica è vicina persino più di quanto non lo siano quegli stessi fatti che ho già detto essere inizio e fine di ogni discorso scientifico: il valore cognitivo di una teoria scientifica è superiore al valore dei fatti, perché li include, prima, e profondamente li comprende, poi. Naturalmente - precisiamo a scanso di equivoci - nessuna teoria scientifica include tutti i fatti; corollario di ciò è che ogni teoria scientifica è confinata entro limiti che le sono propri, ma ciò non significa che la teoria possa essere errata: contrariamente a quel che si crede, nessuna teoria scientifica - se teoria scientifica era - è stata mai demolita e sostituita con un’altra.
Nel contesto di queste considerazioni, il valore di Galileo è stato l’averci fornito la ricetta, se così si può dire, per trasformare i fatti in teoria. Una volta che, seguendo la ricetta galileiana, la trasformazione è stata completata, aderire alla teoria non è più un’opzione. E non aderirvi è un rischio.