GALIMBERTI In cattedra con due libri «copiati»

Gli atti d’ammissione al ruolo di ordinario rivelano che il filosofo presentò alla commissione alcuni testi clonati

nostro inviato a Venezia
Prima di entrare nell’ufficio della dottoressa Paola Bonicelli, responsabile amministrativa del personale docente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ho dovuto superare un mesetto di tempi tecnici (burocrazia, senati accademici impellenti e valutazione di richieste scritte). Quando però apro il fascicolo relativo al concorso (1999), per il ruolo di professore ordinario di Filosofia morale, del professor Umberto Galimberti, un dubbio, che mi era venuto all’inizio della «saga dei copia e incolla», trova subito conferma. Il dubbio era questo: non è che con tutti questi «cloni» da altri autori anche qualcuno dei testi presentati a concorso dal Professore rientra nel novero di quelli «sospetti»?
Ebbene. Tra le dodici pubblicazioni presentate - come da bando - spicca infatti, al sesto posto: «Invito al pensiero di Heidegger, Mursia, Milano, 1986, pagg. 166». È il testo in cui sono stati ampiamente saccheggiati (per ammissione scritta, ma tardiva, dello stesso Galimberti) plurimi brani di un libro di Guido Zingari: Heidegger. I sentieri dell’essere (Studium, 1983). Non va meglio con il settimo libro dell’elenco: «Gli equivoci dell’anima, Feltrinelli, Milano, 1987». È il testo in cui, come ha scoperto Avvenire, galleggiavano senza il salvagente delle virgolette ampi brani di due articoli di Salvatore Natoli, altro filosofo allievo di Emanuele Severino. Il primo è Télos, skópos, eschaton. Tre figure della storicità, pubblicato su Il Centauro nel 1982; il secondo è Soggettivazione e Oggettività. Appunti per un’interpretazione dell’antropologia occidentale, pubblicato su Il sapere antropologico nel 1986).
La commissione giudicante composta da Carmelo Vigna, Giuseppe Poppi, Andrea Poma, Bianca Maria D’Ippolito e Francesco Botturi non sembra, all’epoca, essersene accorta, o aver dato peso alla cosa. Nei loro giudizi i membri insistono tutti sulla «copiosità» (da intendersi senza umorismi come abbondanza) della produzione del candidato, sull’importanza dei suoi interventi su Heidegger e Jaspers. Nessun accenno al fatto che almeno due dei testi presentati sarebbero scientificamente discutibili, vista la loro genesi. Anzi, si mette l’accento, almeno nel caso del giudizio del professor Andrea Poma, sull’«originalità» del contenuto teorico.
È il caso di alzare un ditino con piglio catoniano e di incolpare la commissione - fatta di esperti della materia, che dovrebbero riconoscere facilmente il valore di un testo - di leggerezza nel giudizio? Forse no. All’epoca Salvatore Natoli aveva scelto la linea della riservatezza e Guido Zingari era vincolato da un accordo che gli imponeva il silenzio e la sua proprietà intellettuale era tutta affidata a una minuscola segnalazione fuori testo (presente solo nelle edizioni di Invito ad Heidegger successive al 1989). La possibilità che si accorgessero delle similitudini era minima.
Adesso però qualche dubbio in più è il caso di porselo. E forse non solo sui testi presentati a concorso. Lo abbiamo chiesto anche al rettore di Ca’ Foscari, il professor Pier Francesco Ghetti.
Professor Ghetti, ha letto la polemica sui giornali sulle «copiature» del professor Galimberti?
«Sì, ho letto qualcosa, ma non tutto... Ho però ricevuto il professor Galimberti che si è presentato spontaneamente. Ha fatto riferimento ai vari articoli e mi ha portato i suoi libri. Mi ha detto che c’è solo una svista nell’ultimo, dove mancano le virgolette e che l’autore in tutti gli altri casi è citato. Io però sono uno scienziato, non un filosofo. Non posso giudicare...».
Mi perdoni professore, in un caso del genere dovrebbero esserci dei controlli, delle procedure...
«Non tocca tanto all’Università, quanto piuttosto alla comunità scientifica, in particolare a quella della disciplina. Io ho solo indicazioni di tipo giornalistico, non posso intervenire. Poi, insomma, uno dei testi contestati parla dei vizi capitali tra i quali spicca l’invidia. E io non vorrei che si trattasse soprattutto di questo...».
Capisco le sue preoccupazioni sull’invidia. Ma qui gli articoli in questione sono firmati anche da studiosi di vaglia (come Giulia Sissa) e riportano indicazioni ben precise. Possibile che non si pensi a un intervento, a una verifica?
«Lo ribadisco: non spetta all’Università in sé. Io devo attenermi al giudizio che all’epoca diede la commissione. Sta agli autori dei libri che si presumono copiati contestare... Oppure è l’ambiente accademico della disciplina che deve richiedere la creazione di un giurì. Sì, qualche cattedratico dovrebbe richiedere l’istituzione di un giurì da parte del ministero. È l’unico modo per stabilire se si tratta di errori veniali, di sbadataggini, o di fatti sostanziali».
Insomma, mi sta dicendo che non ci sono procedure «automatiche» in casi come questi? Che la questione è lasciata alla richiesta da parte di «eminenze» della materia che si rivolgano al ministero?
«In nessun Paese al mondo ci sono meccanismi automatici. È una questione di etica... Barare in ambito scientifico è come barare al solitario. Io non ho, ora come ora, estremi per sollecitare il ministero, deve essere un professore del raggruppamento a farlo. Di mio posso dirle che in ambito umanistico si producono troppi testi e che questo è uno dei fattori che causano l’impossibilità di fare controlli accurati. Nello specifico, secondo me dovrebbe essere lo stesso Galimberti, nel suo interesse, a chiedere la convocazione di un giurì o comunque a rispondere e a specificare le sue posizioni...».
Galimberti però si è trincerato dietro il silenzio. La comunità scientifica si limita al mugugno bonario. E docenti che lavorano all’estero come Giulia Sissa si sono semplicemente illusi che bastasse rendere pubblico un fatto per ottenere giustizia. Quanto al fatto che barare in ambito scientifico è come barare al solitario, è senz’altro vero. Gli altri professori che parteciparono al concorso (Laura Boella, Angelo Campodonico, Guglielmo Forni Rosa, Marco Ivaldo, Romano Madera, Vittorio Possenti, Sergio Sorrentino e Italo Valent) però, il loro solitario hanno dovuto giocarselo su qualche altra cattedra.