Il galiziano battuto due volte da Zapatero ora si prende la rivincita

Rajoy, 56 anni, è un veterano della Moncloa, la sede del governo madrileno, un politico di vecchio stampo. Già ministro e portavoce del governo, con Josè Maria Aznar, che nel 2004 lo  designato suo successore, è stato sconfitto da Zapatero nel 2004 e nel 2008

Prima di toccare con mano il grande risultato, che riposta i popolari al governo di Madrid, Mariano Rajoy aveva detto: "La prima cosa che farò domenica sera se vinco? Telefonerò a mio padre in Galizia, ha 90 anni e gli voglio molto bene". E' un segno, anche questo, che dopo il "modernismo" di Zapatero torna la Spagna più tradizionale.

Rajoy, come del resto anche il suo sfidante, il socialista Alfredo Rubalcaba, è un veterano della Moncloa, la sede del governo madrileno, un politico di vecchio stampo. Già ministro e portavoce del governo, con Josè Maria Aznar, che nel 2004 lo  designato suo successore.

Nel look il leader popolare è barbuto come Rubalcaba, e come lui è più comodo nell'idea e nella sostanza che nella politica immagine, al contrario del "grande comunicatore", tanto fumo e poca sostanza, Josè Zapatero.

"Sono Mariano Rajoy, spagnolo e galiziano, nato a Santiago di Compostela 56 anni fa", annuncia nella sua autobiografia appena uscita. Galiziano si sente fino alla punta delle dita. Cattolico e uomo di famiglia, in apparenza più tenace - è stato battuto nel 2004 e nel 2008 da Zapatero ma non ha mai rinunciato - che brillante, gli avversari lo trovano grigio, dotato di humor ma non aggressivo, moderato e uomo di compromesso, di lui la campagna elettorale ha dato una immagine di "forza tranquilla" (per parafrasare il fortunato slogan di François Mitterand), in grado di dare al paese il "cambio" di cui ha bisogno dopo gli anni di Zapatero.

Trainato dal netto vantaggio nei sondaggi fin dall'inizio, ha fatto una campagna tutto sommato prudente, evitando di prendere impegni troppo netti, in previsione delle scelte giocoforza lacrime e sangue che ora dovrà fare per salvare il paese sul bordo del precipizio del debito.

Grazie al solido appoggio della moglie Elvira "Viri" Fernandez ha superato momenti molto difficili. La sconfitta imprevista alle politiche del marzo 2004 dopo i massacri dei treni di Madrid e di nuovo nel 2008 contro Zapatero, che aveva scatenato una rivolta interna nel Pp, guidata dalla "dama di ferro" Esperanza Aguirre. "C'è chi non mi ha appoggiato nel partito. Non abbiano timori - li rassicura oggi - ho dimenticato tutto". Negli anni di opposizione la stampa madrilena - forse anche con un po' di snobismo verso il provinciale galiziano - non lo ha molto amato accusandolo di esser noioso, incerto, restio alle decisioni difficili. "Non sono né vago né indeciso, ma mi piace riflettere prima di agire" ha spiegato a La Vanguardia.

Gli omosessuali temono che rimetta in discussione la legge sui matrimoni gay. Lui ha detto che preferirebbe le unioni civili ma non ha chiarito che cosa farà. "E se suo figlio le dicesse, Papà, sono gay e voglio sposarmi", gli ha chiesto La Vanguardia. "Lo appoggerei".

Cammina un'ora al giorno, come Rubalcaba è tifoso del Real (Zapatero fa jogging ed è del Barca), guarda le partite in tv. Che cosa bisogna sapere di lei, gli ha chiesto un cronista: "Sono una persona corretta".