Alla galleria Moncada i set fotografici di Matthew Pillsbury

Sabrina Vedovotto

L’impressione è di essere a New York, non certamente a Roma. Valentina Moncada ha ristrutturato la galleria e, memore dei suoi trascorsi nella Grande Mela, ha voluto riproporre sensazioni e sapori che si respirano dall’altra parte dell’oceano. I lavori, eseguiti da Emanuela Cattaneo, architetto specializzato nell’allestimento di spazi espositivi d’avanguardia, rivelano un gusto per l’essenziale. Pareti bianchissime, soffitti molto alti.
Spazio assolutamente adeguato per mostre d’arte. Soprattutto per mostre di artisti che lavorano con il mezzo fotografico. Nel caso specifico, la gallerista ha scelto di ritornare nel circuito dell’arte romana con la mostra di un giovanissimo artista americano, Matthew Pillsbury, poco conosciuto in Italia, ma già piuttosto conosciuto negli States. Venticinque fotografie, scatti in bianco e nero nei quali l’artista racconta di interni, di estremi, tratti di vita vissuta. Le ambientazioni sono di assoluta suggestione, scatti che da interni ritraggono esterni, con luci provenienti da spazi quasi avulsi, un dentro fuori che si perde nei tratti delle foto.
L’assoluta unicità dei lavori di Pillsbury sta nel rappresentare figure umane all’interno di questi set fotografici in un modo quasi dissolvente. Ad una prima percezione possono anche non essere visti, tanto si perdono nei campi d'azione. L'effetto, voluto, è realizzato grazie ad un tempo di esposizione lunghissimo, oltre un’ora, che l’artista utilizza. La camera lì, fissa, a ritrarre zone in assoluta staticità insieme ai movimenti di persone.
L’immagine che ne viene fuori è completamente surreale. Figure di uomini o donne che sembrano raccontare momenti di grandi intimità, poetiche surreali. Immagini non così dissimili da quelle raccontate da coloro che Pillsbury considera essere i suoi padri spirituali, Hiroshi Sugimoto e Thomas Struth. Rimanendo però contingente alle sue peculiarità, che ne evidenziano pregi e difetti.
L’artista, alla sua prima personale in Italia, fa un racconto nel quale queste figure, anonime ma in realtà con uno sguardo attento assolutamente riconoscibili, sembrano dare un valore aggiunto al valore delle cose che si stanno raccontando. La mostra, dal titolo Screen Lives, sembra quasi essere un reportage delle intimità delle persone di fronte a cose, oggetti, spazi, una sorta di alienazione dal mondo che comunemente rende contingente una situazione, un luogo, un avvenimento. La mostra è la prima di una serie che la gallerista ha intenzione di realizzare quest’anno, alternando artisti italiani a stranieri, giovani esordienti, ad artisti di dichiarata fama.
Informazioni utili: Galleria Valentina Moncada. Fino al 22 marzo. Via Margutta 54. Tutti i giorni dalle 16 alle 20. www.valentinamoncada.com