Galliani: "Ma quale reclamo! Ricordo la moneta di Alemao"

"Quell’episodio ci costò uno scudetto, sono ancora arrabbiato". La società non segnala neppure l’invasione

Milano - Male, malissimo durante. Così così dopo. Benissimo, alla fine, solo il Milan. L’affare Dida si può riassumere in questi tre comportamenti. Manca il passaggio fondamentale: un intervento del diretto interessato. I colleghi scozzesi sono scandalizzati. «Ma come, non dice niente di quel che è accaduto?» chiedono al telefono. Già, succede proprio questo nel Milan che è molto brillante nel comunicare oltre che nel collezionare coppe di gran pregio perché Dida è un tipo al quale si potrebbe invalidare anche il matrimonio (chissà se ha mai pronunciato parola dinanzi al prete o all’ufficiale dell’anagrafe). Rarissime le sue interviste, come le sue parate da qualche tempo a questa parte. Non parla nei giorni (andati) delle prodezze a ripetizione, non parla ora in occasione del «didastro» ed è un silenzio reso ancor più assordante dalla sconfessione ricevuta da tutto il Milan, società (Galliani) e allenatore. Dida non ha più neanche un agente che ne curi gli interessi con il quale discutere, confessare pene e problemi. Difficile il dialogo anche con lo staff tecnico e i suoi compagni d’arme, i brasiliani in particolare. «Con me non ha parlato» dice Tassotti. Scontato il confronto col preparatore dei portieri, William Vecchi, l’unico che riesce a leggerne i comportamenti.
Perciò tutto passa attraverso la ricostruzione del minuto di particolare follia vissuto da Dida al Celtic Park e delle sue conseguenze che qui non sono tecniche, ma di immagine. Dida sbava un tiro neanche irresistibile, subisce il gol dell’1 a 2, gli passa vicino lo sventurato tifoso, disegnando nell’aria qualcosa di innocuo tra collo e spalla, lui s’incavola, lo insegue, desiste e poi crolla. Cedendo probabilmente anche a una piccola crisi di nervi. Indifendibile è l’uscita dal campo, in barella, col ricorso a Kalac. Un epilogo da sceneggiata napoletana. Ma si sa, uscire bene non è una sua specialità. Fin qui il Dida peggiore, dunque. Poi la situazione migliora. Perché Ancelotti non spende una sola parola in sua difesa, Galliani ordina: niente reclamo («perché mi è venuta in mente la monetina di Bergamo in testa ad Alemao, ci portarono via uno scudetto, sono ancora arrabbiato»). E Gandini, ministro degli esteri, cancella anche la segnalazione dell’irruzione del tifoso in campo, Berlusconi approva tutta la linea («era il 90° e non cambiava niente») e Galliani conclude così: «È stato colpito e questo non va bene». Spenti i riflettori del Celtic Park, il delegato Uefa, un cipriota, entra nello spogliatoio del Milan e interroga Dida. «Sente dolore?» chiede. «No, solo fastidio» ridimensiona Dida. Gli chiedono anche se vuole denunciare l’isolato invasore. «No» è la sua risposta. Meno male.
A Glasgow, invece, in poche ore succede tutto. I giornali bastonano a sangue l’invasore, «idiota» lo chiamano, «14 leoni e un deficiente» sintetizza uno, «chi è lo stupido schiaffeggiatore?» chiede un altro quotidiano. Nel giro di poche ore arriva la notizia dalle agenzie: l’invasore si è presentato alla polizia, identità tenuta riservata, resa nota l’età, 27 anni. Scatta al volo il primo provvedimento: mai più allo stadio per tutta la vita. Brian Quinn, il presidente del Celtic, forse preoccupato dal castigo (scontata una partita a porte chiuse) chiede all’Uefa l’indagine sulla sceneggiata del portiere milanista. «Faccia l’Uefa» chiude Galliani.