Il galoppo ha fatto i Botti sul tetto d’Europa

Provate ad immaginare un allenatore di calcio capace di vincere 32 scudetti in 34 anni: nel Belpaese sarebbe popolare come Berlusconi, se fossimo negli States sarebbe entrato di filato nella «Hall of Fame», il gotha degli immortali dello sport. I fratelli Alduino e Giuseppe Botti, allenatori di cavalli da corsa rigorosamente purosangue (ne hanno 180 ai loro ordini), sono riusciti nell’impresa da Guinness dei primati, ma pochi al di fuori del mondo dell’ippica se ne sono accorti. È l’amaro destino di uno sport che, con la complicità del disinteresse delle istituzioni, sta pagando un prezzo troppo alto agli stereotipi che lo dipingono come un mondo infestato da corse truccate e cavalli dopati, ma che invece è animato sostanzialmente da gente seria, dotata di un’enorme passione e che lavora 12 ore al giorno alzandosi ad orari impossibili tutte le mattine. Proprio come Alduino e Giuseppe Botti, gli allenatori che hanno fatto e stanno facendo la storia del galoppo made in Italy. I numeri in proposito sono più che eloquenti: 32 scudetti di categoria conquistati dal 1973 a quest’anno, stagione in cui (dati aggiornati a ieri) hanno stabilito con 316 successi e 3 milioni e 600mila euro di somme vinte, un record storico per il galoppo europeo, con tutta probabilità irraggiungibile per qualunque allenatore straniero se si pensa che il francese Jean Claude Rouget era arrivato a 223 centri lo scorso anno.
Ma andiamo alle origini di questa formidabile accoppiata di allenatori, la cui bandiera non per nulla porta il nome di Dioscuri, i fratelli per eccellenza. L’epopea dei Botti, di origine maremmana e milanesi d’adozione, dura da ben cinque generazioni, ma noi partiremo da Edmondo che nel 1950 aprì scuderia per quasi un ventennio dopo essere stato un buon fantino in piano e in ostacoli. Nel 1969, alla sua morte, dopo un’ottima carriera di allenatore, il testimone venne preso dai figli Giuseppe, allora 23enne e anche lui ex buon fantino d’ostacoli (160 vittorie), e Alduino, classe 1948, e alla fine di un’eccellente carriera di fantino in piano (500 vittorie), interrotta dopo un lustro soltanto a causa di insormontabili problemi di peso. E chi scrive ha ancora nelle orecchie il grido belluino «Ma vieni Allllduinoooo...» che gli rivolgeva la torcida dell’ippodromo di San Siro (allora gremitissimo) accompagnando le vittorie dello scatenato fantino.
Da quel lontano 1969 i fratelloni Alduino e Giuseppe misero le basi per un sodalizio che doveva portarli molto lontano: dopo 4 anni di rodaggio, nel 1973 il primo scudetto e da allora soltanto in due stagioni, nel 2001 e nel 2002, non hanno conquistato il vertice delle classifiche annuali.
Questa intensa e fortunata società si è arricchita cammin facendo dei due figli di Giuseppe (Edmondo detto Endo ed Alessandro) e degli altrettanti di Alduino (Stefano e Marco). Fra questi quattro moschettieri il più celebre è il 34enne Endo che deve questo nome vagamente dal suono nipponico ad una cuginetta che non riusciva a pronunciare correttamente il nome ereditato dal nonno. E da quel momento tutti iniziarono a chiamarlo Endo. Il primogenito di Giuseppe è uno dei fantini di punta nel nostro Paese con 1500 vittorie all’attivo. Nell’ultimo quadriennio Endo mantiene costantemente una percentuale di successi elevatissima, attorno al 23-24 per cento.
Alessandro, fratello di Endo, 31 anni, dopo una carriera di fantino durata meno di un biennio a causa di problemi di peso, è un promettente assistente allenatore e si occupa dei cavalli di stanza a San Siro (circa un centinaio di soggetti). Insieme allo zio Alduino è il tecnico che segue le aste di puledri in tutto il mondo alla ricerca dei campioni di domani.
Marco, classe 1977, figlio minore di Alduino, dopo essere stato un buon fantino dal 1992 al 1997 con un palmarès di 380 vittorie, ha dovuto anche lui abbandonare per il solito motivo: il peso troppo elevato in proporzione all’altezza troppo sopra la media per un fantino. Sceso di sella Marco iniziò ad affiancare il padre e lo zio nella carriera di allenatore e da circa un anno ha fatto il grande passo aprendo scuderia a Newmarket, la patria consacrata del purosangue. Attualmente alla Safron House agli ordini di Marco ci sono 40 cavalli, quasi tutti affidatigli da proprietari italiani.
A conferma che nel sistema «Dioscuri» ogni membro della famiglia deve avere un ruolo ben preciso e di primo piano, anche Stefano, 31 anni, primogenito di Alduino, ha un curriculum di primo piano. È infatti il gentleman rider (leggi fantino dilettante) migliore d’Italia con all’attivo gli ultimi 12 scudetti della categoria che hanno portato le sue vittorie complessive oltre quota seicento. Ma Stefano è anche allenatore e gestisce il centro privato di famiglia a Cenaia, in Toscana, dove soggiornano 75 cavalli fra cui quasi tutti i migliori di scuderia. Con quattro moschettieri di questa tempra Giuseppe ed Alduino possono dormire sonni tranquilli (si fa per dire perché in genere per entrambi la sveglia è fissata perennemente alle 5 del mattino).
A coronamento di un’annata da incorniciare i Dioscuri hanno avuto la soddisfazione di sellare il fuoriclasse Ramonti - creato in casa e nato ed allevato in Italia - che di recente ad Hong Kong ha dimostrato di valere i migliori purosangue del pianeta, conquistando un magnifico terzo posto in una delle corse più importanti del mondo. E non a caso proprio in questi giorni lo sceicco arabo Maktoum al Maktoum, il proprietario di cavalli purosangue più potente della Terra, sta perfezionando l’acquisto di Ramonti per una cifra segretissima ma quantificabile in quasi 3 milioni di dollari.