Gandus, dal ’68 all’ala rossa delle toghe

La titolare del processo, militante della corrente radicale di Md, esterna anche sul web l’avversione al Cavaliere

da Milano

«Vede - sorride Nicoletta Gandus - i difensori di Berlusconi in questa stanza ci sono venuti più di una volta, nell’ultimo anno e mezzo. E se fosse stata addobbata con striscioni e bandiere rosse se ne sarebbero accorti prima, no?». Invece le bandiere rosse non ci sono. Ci sono, nell’ordine: un poster con Snoopy («Oggi ho preso centoventi decisioni... tutte sbagliate!»), un manifesto di una mostra sull’espressionismo, la gigantografia di una manifestazione di studentesse femministe.
Sufficiente, per stabilire che - come scrivono i difensori del premier - la Gandus è un giudice che fa politica? La domanda, in realtà, è irrilevante. Perché è la stessa Gandus a non fare mistero, anzi a rivendicare da sempre il suo diritto di fare politica. E di farlo a sinistra: in Magistratura democratica, la corrente radicale dei giudici. Senza, sostiene lei, che questo influisca sulla serenità delle sue sentenze.
Milanese - classe 1949, cugina di una firma storica di Panorama - la Gandus fa parte della generazione che a metà degli anni Settanta transita direttamente dai ranghi della contestazione studentesca a quelli della magistratura: e che rivendica da subito il proprio buon diritto a mettere i due mondi in comunicazione, nel nome di un «rinnovamento» della magistratura e della sua «funzione sociale». Politicamente è a sinistra del Pci. La maggior parte dei suoi coetanei che indossano la toga in quegli anni sceglie trincee dove potersi esibire appieno: la pretura del lavoro, la Procura della Repubblica. Lei sceglie invece di fare il giudice, anzi, il pretore penale. Di occuparsi di piccoli processi, di reati da due soldi, quelli che i colleghi snobbano. «Il mio ufficio è sempre stato al pian terreno», dice ieri con una punta di civetteria.
Si è sempre considerata una garantista: «per me il carcere è l’ultima ratio», ama dire. «Più che una garantista, una buonista» la sfottono i colleghi della Procura, che spesso escono sconfitti dai suoi processi. Di certo è una che nel dubbio assolve, sia che l’imputato sia un ladro, che un tossicomane, che un colletto bianco: è lei, per esempio, ad assolvere con formula piena l’anno scorso il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, accusato di corruzione per la faccenda della discarica di Cerro Maggiore. In aula cerca di governare le udienze più con l’equilibrio che col pugno di ferro: «Sul comportamento processuale della dottoressa - dice ieri Piero Longo, uno dei difensori del Cavaliere nel caso Mills - non posso dire niente di male. Certo, ci ha sforbiciato la lista dei testimoni, ed è più facile che dia ragione all’accusa che a noi. Ma direi che, rispetto alla media dei suoi colleghi, non abbiamo niente da recriminare. Il problema è quello che dice fuori dall’aula. Tutte cose legittime, per carità. Ma è evidente che considera Silvio Berlusconi un avversario».
Eh sì, il problema è questo. Per Nicoletta Gandus il presidente del Consiglio è il responsabile di buona parte dei mali del Paese in genere e della giustizia in particolare. Non fa mistero di questa opinione, la manifesta ogni volta che può: siti web, cortei, dibattiti, tavole rotonde. Certo, come altri suoi colleghi avrà notato con disappunto che le leggi di cui nel 2006 reclamava la cancellazione non appena la sinistra avesse vinto le elezioni sono rimaste tutte lì. Ed è probabile che, in qualche modo, si senta tradita anche dalla sua area di riferimento.
Ma non c’è dubbio che consideri Silvio Berlusconi il responsabile numero uno delle norme «che hanno devastato il nostro sistema giustizia». La domanda è: sarebbe in grado di dimenticarsi, al momento della sentenza, che l’imputato Berlusconi è lo stesso Berlusconi contro cui si scaglia? «Io - dice Piero Longo - non so se la dottoressa Gandus sia ancora un giudice imparziale. Ma di certo non appare più come tale. E questo è sufficiente per toglierle questo processo».