Gandus, quella toga di rito ambrosiano in trincea contro Silvio

Dalla devolution alla fecondazione, quante battaglie politiche col Cavaliere nel mirino

da Milano
Appartiene alla folta schiera dei magistrati di rito ambrosiano. Quelli che in tribunale scrivono le sentenze e fuori dal Palazzo di giustizia vorrebbero riscrivere le leggi del Paese. Silvio Berlusconi è suo imputato, il governo Berlusconi è suo avversario politico. Il cortocircuito è tutto qua. Nicoletta Gandus, milanese, classe 1949, non ha paura di interpretare tutti e due i ruoli. In aula è considerata un giudice garantista, anzi buonista: è lei, per esempio, ad assolvere l’anno scorso con formula piena il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, accusato di corruzione nel procedimento-tormentone di Cerro Maggiore. Fuori, scatena il suo animo femminista e sessantottino, in fondo sempre un po’ iconoclasta, com’è stata a tratti Magistratura democratica, la corrente di sinistra dei giudici italiani in cui lei è cresciuta. In una lettera aperta del febbraio 2006 si pronuncia così sulle politiche giudiziarie del governo Berlusconi: «Vi è un’inderogabile priorità: la cancellazione delle principali leggi che sono state adottate quasi esclusivamente al fine di perseguire gli interessi personali di pochi, ignorando quelli della collettività. Solo con la loro abrogazione sarà possibile restituire credibilità al Paese». Insomma, Nicoletta Gandus ha temperamento e quando vuole raggiunge toni apocalittici, nel solco del micromeghese più duro e puro. Nel 2001 firma il manifesto «Non in mio nome», un appello di condanna della politica israeliana nei confronti dei palestinesi; nel 2002 il suo terzomondismo trabocca col viaggio, come inviata di Md, alla sessione della magistratura per il Social Forum di Porto Alegre. È femminista attiva nel collettivo «Donne in magistratura» e frequentatrice assidua della «Libreria delle donne». Partecipa alle manifestazioni in difesa della 194 e si batte per la libertà della prima donna curda eletta deputato al Parlamento turco. Con Luca Fazzo del Giornale, che riceve nel suo studio al pian terreno del Palazzo, ironizza: «Vede, i difensori di Berlusconi in questa stanza ci sono venuti più di una volta, nell’ultimo anno e mezzo. E se fosse stata addobbata con striscioni e bandiere rosse se ne sarebbero accorti prima, no?». Fuori, bolla così, in un documento collettivo, la legge sulla fecondazione assistita: «È un concentrato di barbarie giuridica, sadismo misogino, ipocrisia e integralismo, ma anche fonte immediata di sofferenze, ingiustizia e discriminazione sociale».
È possibile continuare a sdoppiarsi fra quei due ruoli? Si può giudicare il capo del governo e poi andare sulle barricate contro il governo? Il giudice, s’insegna agli studenti alle prime armi, dev’essere imparziale, d’accordo, ma deve anche apparire tale.
Certo, un tantino di prudenza in più non guasterebbe. Invece, lei si cimenta con tutti i temi più incandescenti. Eccola fare a pezzi sul web anche la devolution: «È importante opporsi alla devolution perché è espressione della generale posizione antidemocratica, centralista, autoritaria della controriforma e non rappresenta affatto un’apertura al federalismo». Potrebbe bastare, e invece c’è spazio per un’altra tirata: «La politica del centrodestra che propone la devolution ha attaccato alla radice la finanza e la gestione dei servizi municipali ed è sovrastata da un incombente potere autoritario e centralista, concentrato nelle mani del capo del governo».
Silvio Berlusconi fa due più due: «È un mio palese nemico politico», afferma dopo averla ricusata. Per la Corte d’appello di Milano, che l’ha lasciata al timone del processo Mills, la passione non fa venir meno «il vincolo dell’imparzialità». «Sarebbe in grado di dimenticarsi - riassume l’avvocato Piero Longo - al momento della sentenza, che l’imputato Berlusconi è lo stesso Berlusconi contro cui si scaglia?». Domande che rimbalzano da quasi quindici anni fra Milano e Roma. Il duello fra politica e giustizia non finisce più.