Ganzer non lascia: «Io uomo delle istituzioni Mi difenderò in appello»

MilanoIl generale Giampaolo Ganzer non si dimette. Il comandante del Ros, il reparto operativo speciale dei carabinieri, resta al suo posto: finché lo vorranno l’Arma e il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Resta al suo posto anche se da ieri pomeriggio gravano su di lui le motivazioni della sentenza che gli ha inflitto 14 anni di carcere per traffico di stupefacenti. Il 12 luglio scorso, quando i giudici del tribunale di Milano lessero il dispositivo della sentenza, fu una stangata. Ma nelle 1.100 pagine, scritte dai giudici dell’ottava sezione penale, c’è una parola ancora più pesante: «Ganzer ha tradito lo Stato».
Il tradimento di Ganzer, scrivono i giudici, si compì mettendo davanti ad ogni altro dovere, primo tra tutti il rispetto della legge, la propria «smisurata ambizione personale». Per fare carriera, e conquistare prestigio e potere, Ganzer avrebbe consentito che carichi da decine di chili di droga entrassero in Italia e si spargessero nei mille canali del narcotraffico. Solo una parte di quei carichi, secondo la sentenza, vennero poi sequestrati, finendo al centro di blitz reclamizzati sotto l’occhio delle telecamere. Il resto andò ad arricchire i narcos, finanziando nuovi traffici. E una parte entrava e usciva dagli armadi blindati nelle caserme dei Ros, dove a volte se ne perdevano le tracce.
L’inchiesta - nata a Brescia sulla base delle confidenze del pentito Biagio Rotondo fece al pm Fabio Salamone - ruotava all’inizio sulle imprese della sezione Ros di Bergamo: una «scheggia impazzita» dove ne accadevano di tutti i colori. Ma poi è arrivata a Ganzer e ad un altro ufficiale che qualcosa ha contato nella storia dell’Arma, il colonnello Mauro Obinu, oggi ai servizi segreti. In aula, nelle sue dichiarazioni davanti ai giudici milanesi, il generale Ganzer ha sostenuto di non avere avuto alcuna possibilità di controllare, carico per carico, operazione per operazione, l’attività di uffici periferici, non dipendenti direttamente dalla sua sezione. Ma proprio per questa linea difensiva i magistrati hanno parole inclementi: «Pur di tentare di sfuggire alle gravissime responsabilità della sua condotta negli anni in questione, ha preferito vestire i panni di un distratto burocrate che firmava gli atti che gli venivano sottoposti, dando agli stessi solo una scorsa superficiale e veniva sistematicamente non messo al corrente di fatti rilevanti».
Ieri pomeriggio, a botta calda, Ganzer risponde ai cronisti con un comunicato secco: «Non commento le sentenze, sono un uomo delle istituzioni e lo sono sempre stato. Il mio unico commento è quello fatto in sede processuale, con i motivi d’appello». Ma a chi lo incrocia, nella caserma romana del Ros, Ganzer non nasconde la sua amarezza. «È come se secondo i giudici esistessero due Ros, uno deviato e uno che operava correttamente. Ma io ero il comandante di tutti e due!». E ricorda che dei presunti vantaggi di carriera che avrebbe avuto grazie alle operazioni antidroga che oggi i giudici gli rinfacciano non c’è traccia nel suo stato di servizio.
Dentro di sé, Giampaolo Ganzer ha la convinzione di avere operato con un solo obiettivo: dare la caccia ai «cattivi», catturarne il più possibile. È convinto di averlo fatto rispettando le leggi, e - soprattutto - con l’accordo e la benedizione della stessa magistratura che poi lo ha incriminato, processato e condannato. A chi gli chiedeva se ora pensa di fare un passo indietro, rassegnando il mandato, rispondeva: «Non intendo prendere iniziative autonome». Non si dimette, quindi, lasciano la scelta ai vertici che finora hanno sempre ritenuto compatibili i suoi guai processuali con la sua presenza al vertice del Ros. Una linea, va detto, seguita poi anche con altri alti funzionari dello Stato, come il direttore del Dis Gianni De Gennaro, rimasto al suo posto anche dopo la condanna.