In gara contro il tempo e lo spazio

Diamo per scontato che non si sono messi d’accordo, Thomas Glavinic e Cormac McCarthy. Diamolo per certo. Tuttavia i loro due libri sono più che fratelli, più che sangue dello stesso sangue. Sono lo stesso libro scritto in due modi diversi. Le invenzioni della notte di Glavinic e La strada di McCarthy: ovvero, la fine del mondo. Il primo racconta una fine «cerebrale», sinestetica, filosofica, temporale. Il secondo insegue una fine «fisica», sensuale, materiale, spaziale. Le invenzioni della notte sono i sogni che prendono il posto della realtà, lo sdoppiamento a cui ci condanna il pensiero. La strada è quella della vita che si consuma. Glavinic disegna una spirale dal centro immobile ma irraggiungibile. McCarthy traccia una linea retta verso l’infinito. Ed entrambi raggiungono la meta della dissoluzione, in una catarsi che assorbe tutte le energie loro rimaste: algido e metafisico il primo, esausto e lacero il secondo. Entrambi baciati dalla Poesia.
Il sopravvissuto di Glavinic ha un nome: Jonas. Quello di McCarthy no. Jonas si sveglia una mattina nella sua Vienna e scopre di essere rimasto solo, assolutamente solo. L’uomo di McCarthy, invece, ci si presenta a catastrofe già avvenuta. Il mondo di Jonas è identico a quello del giorno prima, se non fosse per l’assenza di qualsiasi forma di vita. Il mondo dell’uomo di McCarthy è trasfigurato dal disastro (nucleare?), ma in esso alcuni umani vagano ancora come zombie sotto una coltre di cenere e, soprattutto, c’è un figlioletto da difendere. Ma anche Jonas ha un compagno: il suo se stesso trasfigurato nel «dormente» che lui filma tentando di carpirgli il segreto dei segreti, ovvero la corrispondenza fra tempo e spazio, chimera beffarda e ingannatrice. Jonas «aveva la sensazione che ci fosse qualcuno, allo stesso tempo sapeva che non c’era nessuno. Ed era torturato dal pensiero che fossero vere entrambe le cose». Mentre il papà che cammina sulla Strada, teneramente affranto per la sorte del suo piccolo, sa bene che «ciò che si altera ricordando ha comunque una sua realtà, che la si conosca o meno».
Seguiamo per prima La strada, la linea di McCarthy. Padre e figlio, affamati, macilenti, vanno verso Sud. Verso il mare. Loro sono «i buoni», loro «portano il fuoco» della speranza, nonostante tutto. La mamma non c’è più. Al suo posto, una pistola: l’ultima spiaggia. I cattivi, invece, i bambini se li mangiano. Per cui: «Non piangere. Mi ascolti? Lo sai come si fa. Te la metti in bocca e la punti in su. Veloce e deciso». Anche questo è amore paterno. Quel povero angelo ormai pelle e ossa è la coscienza del suo papà. Un cattivo, per lui, deve dimostrare di esserlo, non gli basta che possa esserlo, come dice papà. E allora i possibili buoni bisogna aiutarli a tutti i costi, dividere con loro le poche provviste rimaste. Boschi neri come la pece e ponti distrutti. Città fantasma piene di cadaveri rinsecchiti che paiono grotteschi manichini. Il sole invernale non buca mai quel sudario di polvere accecante. Andiamo, coraggio figliolo. Fermarsi non si può. Morire è un lusso. La linea è tracciata, La strada è segnata, anche se papà non sa dove porti. Avanti, coraggio figliolo. E, quando sarà il momento, sappi raccogliere la mia eredità di sopravvissuto alla disperazione e alla speranza.
Ma quale disperazione? Ma quale speranza? Nella testa di Jonas non c’è posto né per l’una né per l’altra. Quella che lui gioca è una partita fredda, razionale. Dove siete finiti, tutti quanti? Venite fuori. Io sono qui. Proprio qui ed ora. Sono anche dove non sono: lo dimostrano le telecamere collocate ovunque. Io che dormo («il dormente» che dorme). Io che sfreccio in automobile. Io che vado in bagno. Io dappertutto. Lascia messaggi, Jonas. Messaggi nello spazio e nel tempo. Cerca con il telefono, ma sono tutti muti. Cerca su Internet, ma è sempre «impossibile visualizzare la pagina». «Era come se il tempo tracciasse delle curve, si avvolgesse in spire, così che punti temporali distanti tra loro anni all’improvviso si trovavano solo a un passo l’uno dall’altro. Come se il tempo avesse una costante spaziale che si poteva vedere e toccare».
Il papà e il bambino di McCarthy vanno avanti trasportando il fardello del loro presente verso il futuro. Semplicemente, umanamente, come animali braccati dal predatore. Jonas, invece, va avanti e indietro sulla giostra del tempo: è a bordo della navicella spaziale che il Buon (o Cattivo) Dio ha fornito in dotazione a tutti noi, quella del sogno e della memoria. Una navicella che fatalmente tradisce il passeggero: «Il suo Io era un Qualcosa cieco in una gabbia. Il suo Io era tutto ciò che si trovava all’interno della sua pelle. Compresi gli occhi... o forse no». Gli occhi che dormendo si chiudono per aprirsi sull’altra dimensione. Gli occhi di Marie che ora chissà che cosa stanno vedendo. «Il tempo non era fatto di momenti successivi, ma di momenti contigui». Il tempo non è una linea, ma uno spazio. E allora il vivente (non «il dormente») è un bimbo che sta nel passeggino spinto da qualcuno. Il bimbo che dunque sta fermo ma anche si muove. E che incrocia un altro passeggino in cui vede una bimba con i riccioli. Il bimbo saluta con la mano e improvvisamente, proprio lì e ora, sa che «è lei, è lei quella che si amerà».

Cormac McCarthy, La strada (Einaudi, pagg. 218, euro 16,80, traduzione di Martina Testa.
Thomas Glavinic, Le invenzioni della notte (Longanesi, pagg. 376, euro 16,60, traduzione di Riccardo Cravero).