Garantisti a corrente alternata

Non bastava la caldissima estate del Partito democratico abruzzese. La giunta regionale a luglio viene decapitata dall’indagine sulla sanità che ha portato all’arresto e alle conseguenti dimissioni del governatore Ottaviano Del Turco, esponente della direzione nazionale del Pd, e di altri rappresentanti del partito di Veltroni. Un’inchiesta basata su dichiarazioni di un imprenditore (Vincenzo Angelini) prive dei minimi riscontri oggettivi. Ma il Pd tace, sceglie di non difendere Del Turco, nonostante le crepe dell’inchiesta.
Nel gelo di dicembre arriva l’arresto anche per il sindaco di Pescara, Luciano D’Alfonso, che del Pd è anche segretario regionale, per presunte tangenti legate ad appalti nel capoluogo abruzzese. Anche qui il partito di Veltroni non apre bocca, salvo scatenarsi quando il gip decide di scarcerarlo. Il giudice definisce «confermato se non aggravato» il quadro indiziario, ma lo libera dai domiciliari per il venir meno delle esigenze cautelari. Ma tanto basta perché si scomodi persino Veltroni in un rigurgito di garantismo, definendo «un fatto gravissimo» l’arresto del sindaco con successiva scarcerazione. Il cambio di rotta a geometria variabile del Partito democratico non va giù allo stesso Del Turco, che non lesina critiche agli ormai ex compagni di schieramento e definisce «patetiche» le acrobazie garantiste ma a scoppio ritardato del leader del partito. Mentre la sinistra litiga tra accuse e sospetti interni, il governo della Regione passa al centrodestra, che vince a mani basse le elezioni con il candidato del Pdl Roberto Chiodi.