García Lorca fra Dante e Perrault

Icona della letteratura moderna, García Lorca continua a richiamare l’attenzione del lettore italiano: testi classici di antiche antologie e opere inedite del poeta vengono proposti al pubblico, a dimostrazione di un interesse che con gli anni non accenna a diminuire. Guanda ristampa ora la nota raccolta di Oreste Macrì, Canti gitani e andalusi, uscita nel lontano 1948, che ha fatto conoscere la poesia di Federico in Italia; e sempre Guanda pubblica, a cura di Piero Menarini, il lungo componimento giovanile inedito La ballata di Cappuccetto Rosso. Se il primo libro esplora e documenta, attraverso un’attenta analisi sorretta da un ampio campionario di liriche, il viaggio sotterraneo compiuto dal poeta alle radici della sua Andalusia, la Ballata fa parte di un repertorio di versi giovanili che García Lorca lasciò nel cassetto, considerandolo forse non degno di essere stampato; versi riuniti poi nel volume Poesía inédita de juventud, pubblicato dalle edizioni Cátedra di Madrid nel 1994. Il testo porta la data degli inizi del 1919 e rappresenta per Federico un impegno difficile e una prova certamente faticosa. Diviso in cinque parti, è il componimento più lungo (568 versi) dell’intera opera poetica dell’autore andaluso e, come sottolinea Menarini nella sua lucida postfazione, rappresenta un progetto ambizioso poiché tende a riunire e a sviluppare alcuni temi prioritari della prima produzione del granadino: l’amore, la poesia e una larvata critica della gerarchia cattolica. Quest’ultima accusa già compare in alcuni brani di Impressioni e paesaggi (1918), o in certe prose rimaste a lungo inedite, come Il patriottismo o Fra’ Antonio (poema strano). È chiaro che in una scrittura favolistica, com’è quella della Ballata, la vena anticlericale e panflettistica attenui le sue punte anarcoidi ed eversive, sostituite da un linguaggio depurato ed infantile, che non rinuncia però all’ironia privilegiando la suggestione delle immagini in luogo della forza icastica del pensiero. La Ballata offre una nuova lettura della celebre fiaba di Perrault: il bosco in cui si smarrisce Cappuccetto Rosso è ora la selva oscura che apre l’allegoria della Divina Commedia; seguendo il percorso dell’opera dantesca, la bambina della favola, accompagnata non da Virgilio ma da San Francesco d’Assisi, inizia il viaggio soprannaturale verso il mondo radioso del Paradiso Terrestre. Una volta lasciato il bosco pericoloso (la Terra), giunge al luogo desiderato (il Paradiso), dove scopre una vasta distesa azzurra in cui sorgono sontuosi palazzi con viali costellati di schiere di cherubini, santi veri o immaginari (San Trippone e San Pinco Pallino): un universo religioso che rinvia alla semplicità del racconto popolare. In seguito il Paradiso diventa un luogo popolato da santi addormentati ed angeli caduchi, uno spazio tetro ed opprimente che alimenta un profondo contrasto fra il mondo della poesia, rappresentato dalla semplicità terrestre di cui è espressione Cappuccetto Rosso, e la categoria celestiale dei filosofi e teologi, portatori di una verità astratta e mentale. Lorca, presente nella voce dei poeti, denuncia la mancanza d’amore e la concezione di un Dio delle chiese che appare distante, insensibile alle sofferenze dell’uomo. In questa accusa traspare il sentimento di rimpianto del giovane Federico per l’infanzia trascorsa, rappresentata nella Ballata dal candido protagonista di Perrault: nostalgia di un passato che evoca il tempo della favola, la felicità e l’innocenza perduta.