Gardiner il gran cavaliere della musica

Nel camerino del Maestro britannico, fra una prova e l’altra, in attesa di portare sul palco del Piermarini l’opera di Janácek

Elsa Airoldi

Soli Deo Gloria è il “logo” di Giovanni Sebastiano. Questa dicitura, che il Cantor pone a suggello di ogni lavoro, è la stessa che Sir John Eliot Gardiner sceglie per la sua etichetta discografica. Un particolare che dice. Commenta l’immagine che abbiamo di lui, massimo studioso della letteratura rinascimentale e barocca. Uno che va dove lo porta il cuore, tra i Pilgrimage verso Santiago de Compostela da contrappuntare con musiche spagnole del Quattro e Cinquecento, o tra quelli che attraversano l’anno liturgico al rintocco delle cantate bachiane. Di chiesa in chiesa e da Weimar a Ney York. Ma lui nega, si ribella.
Affascinante, cortese, disponibile. Bonario no. Accomodante nemmeno. Gardiner, celebre direttore britannico, è nel suo camerino della Scala. Un teatro dove tra l’85 e il ’94 ha portato il Monteverdi Choir, l’English Baroque e l’Orchestre Révolutionnaire (ribelle al classicismo) et Romantique, i suoi tre complessi, con un Oratorio di Haendel, il Deutsches Requiem di Brahms e addirittura la Nona di Beethoven. Ma dove non aveva mai diretto un’opera. Mentre adesso sta provando con i complessi scaligeri Kát’a Kabanová di Janácek, in prima assoluta nel nostro teatro. Incipit di una trilogia dedicata al compositore cèco e proiettata sulle prossime due stagioni.
Quanto alla lettura s’è detto che Gardiner si atterrà scrupolosamente al testo, riunirà in uno i tre atti in perfetto accordo con il regista Robert Carsen che firma una regia minimalista.
Dunque fedeltà al testo?
«Al testo, non all’edizione critica che non c’è né alla prassi interpetativa che non esiste. Janácek avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di venire rappresentato. Insomma era un po’ patetico, scendeva a compromessi. In occasione delle recite di Kat’á aveva scritto persino a Mahler. Questo per dire che nelle edizioni che seguono la prima del 1921 non c’è una linea comune».
E le incisioni di Charles Mackerras, quella, più piana, con i Wiener e l’altra, più aggressiva, con la Filarmonica Cèca?»
«Lui è stato il pioniere».
Un suo modello?
«No, amo studiare da solo»
Nell’organico di Kat’á c’è una viola d’amore che Mackerras consiglia addirittura di microfonare...»
«È un “elefante rosa”, non ha nessuna valenza simbolica. Credo che lo strumento sia stato scelto per la suggestione del nome».
Molti vedono in Kát’á Kabanová la denuncia sociale contro un mondo contadino chiuso e repressivo, E lei?
«Io scavo tra le pieghe della psicologia della protagonista. Romantica, sublime, redenta dal suicidio»
Lei, filologo ed esperto di prassi esecutiva, è evidentemente attento alla timbrica. Come s’è trovato con il suono della Filarmonica?
«Il timbro è fondamentale. Tanto che quando ho fatto Verdi, a Milano, ho cercato e trovato gli strumenti di Verdi a Milano. Diversi da quelli di oggi, specie i fiati, che erano fattura austro-francese. Gli scaligeri hanno un bellissimo suono italiano, un fraseggio morbido, mentre Janácek è duro, a volte grezzo. Ma per fortuna Kat’á Kabanová si sviluppa per piani rapidi, come dissolvenze cinematografiche. Nei momenti lirici permetto all’orchestra di essere se stessa, in quelli crudi cerco il suono che dicevo».
Lei è noto come massimo esperto del repertorio cosiddetto antico. Come mai un’opera di Janáckek, autore del resto già affrontato anche con Jenufa e la Volpe astuta, le incisioni di Oberon e Troyens, l’immediato futuro londinese con il Verdi del Boccanegra? In genere i direttori delimitano il loro territorio.
«Amo tutta la musica. Il mio primo Flauto l’ho diretto a 29 anni...»
Già, ma una cosa è amarla e un’altra eseguirla.
«Non capisco - replica un po’ risentito -, io dirigo tutto e tutto “filologicamente”».
Spesso i cultori dell’antico amano il contemporaneo.
Si irrigidisce. «Per me è il contrario, il mio contemporaneo è estremamente selezionato».
Resta il fatto che per noi lei è sinonimo di una certa letteratura
«Non capisco come mai».
Ma almeno c’è qualche autore che non vorrebbe dirigere?
«Wagner e i compositori attratti dal belcanto».
Sir John Eliot Gardiner, un San Francesco che battezza la sua discografica Soli Deo Gratia ma nello stesso tempo è attratto dall’ispirazione sulfurea del sinfonismo di Berlioz, un direttore emblema di un determinato repertorio che detesta le etichette e consegna la sua sacra filologia a tutta la musica che incontra, non può che stupire. Chi avrà ragione, lui o i puristi che contestano la sua onnipotenza?