Gardini: «Bocciata alle urne, un trauma Ma ho imparato a essere più vanitosa»

«Il posto sicuro in lista è come il camerino migliore: per ottenerlo bisogna saper puntare i piedi»

«Che schianto!», penso della bionda abbronzata che attraversa decisa la hall dell’Hilton dove aspetto Elisabetta Gardini. «Oddio, che fa?» e in un batter d’occhio me la trovo davanti. «Non mi riconosce?», chiede divertita l’affascinante 1,80 più tacchi e mi tende la mano. «Elisabetta! Che ha fatto? È cambiata da così a così», dico.
In effetti, mi aspettavo di trovare l’ex deputato e portavoce di Fi sul mogio. Trombata alle elezioni, solo all’ultimo è stata ripescata col seggio a Strasburgo lasciato libero da Renato Brunetta diventato ministro. Invece, è più bella del già bella che era e bionda anziché scura.
«Mi sono reinventata dopo il trauma della bocciatura elettorale», dice la cinquantaduenne e mi porta nella sua suite al primo piano.
«Vive all’Hilton come una miliardaria?», chiedo e vado alla vetrata-finestra per vedere Roma dall’alto di Monte Mario.
«Ho affittato la suite per lavoro. Devo incontrare dei manager Usa e l’Hilton per loro è di casa. Cerco di farmi un quadro delle mie prossime incombenze al Parlamento europeo. Da tempo mi occupo del Protocollo di Kyoto».
«L’ennesima ecologista. Mi dica subito se è per il nucleare».
«Eccome».
«È contro gli Ogm?».
«Sono prudente, ma niente in contrario», assicura mentre passeggiamo nei tre saloni della suite con le colonne di marmo verde, vasi dorati e altre americanate così.
«Diceva del suo trauma post trombatura».
«Totalmente inaspettata. Il collegio di Padova, la mia città, sembrava sicuro. Invece, il successo della Lega, passata dall’11 al 27 per cento, ha favorito i candidati leghisti e cacciato me», dice e sediamo ai due lati di un tavolo di mogano rosso.
«Fi non l’ha garantita adeguatamente. Il Cav. le ha voltato le spalle?».
«Devo solo rimproverare me stessa. Non essendo vanitosa, come non ho mai fatto bagarre per i camerini quando ero attrice, così non l’ho fatta per il posto in lista», dice criptica.
«Camerini? Posti in lista?».
«In teatro ci sono le gerarchie dei camerini. Il primo camerino va al primo attore e così via. Non mi sono mai battuta per questo o quel camerino. Non mi interessava sapere se fossi considerata l’attrice più importante. Io sono concreta, veneta, contadina. Mi bastava un locale spazioso. Lo stesso per il posto in lista. Ho accettato il dodicesimo posto che, dai calcoli, mi garantiva l’elezione, senza fare la piantagrane. Non bado all’apparenza, ma alla sostanza», dice torrentizia.
«Ma è andata male».
«L’apparenza ha coinciso con la sostanza. Il dodicesimo posto non bastava. In futuro, punterò i piedi per averne uno migliore. Una lezione di vita e uno shock. Per reagire al trauma ho anche cambiato look», dice e sorride liberata.
«Si è rifatta col seggio Ue. Un colpo di fortuna?».
«No. Sono approdata a Strasburgo per merito dei 35mila voti raccolti alle europee di quattro anni fa. Trentacinquemila persone che hanno scritto Gardini sulla scheda. Altrettanti bigliettini di stima e affetto. Così quando Brunetta è andato al governo, io, che stavo subito dietro, gli sono subentrata in Europa».
«Hanno fatto Brunetta ministro per lasciare il seggio a lei?», scherzo.
«A lui il posto di ministro calza a pennello. È una delle nostre migliori teste», replica. Elisabetta ride spesso, ma le battute o non le coglie o non se le fila. Quando risponde è sempre serissima.
«Fi la prende sottogamba. Anche quando era portavoce, parlavano tutti tranne lei».
«In effetti. Ho fatto più la portavoce in giro per l’Italia, con incontri politici e allacciando rapporti. Ci sono amici irpini che non hanno festeggiato la vittoria del Pdl perché non ero stata eletta io. Ora, aspettano che li raggiunga per festeggiare».
«Sta di fatto che in tv non ci andava lei, la portavoce, ma i Buonaiuti, i Cicchitto, ecc».
«Non faccio politica per la tv o per amore di poltrona, ma perché a un certo punto della mia vita l’ho sentita come una priorità».
«Non sarà che le sue difficoltà nascono dall’essere un po’ antipatica e bacchettona?».
«Credo, al contrario, di avere quella simpatia che nasce dalla popolarità televisiva. A furia di entrare nelle case, la gente ti sente di famiglia».
«Due anni fa, con Luxuria fu odiosa. La cacciò dal bagno delle donne di Montecitorio dicendo: “Sei un uomo, non puoi stare qui!”».
«Fu un discorso politico. Non era la guerra dei cessi, ma dei sessi», dice aggressiva.
«È stata una brutalità. Luxuria si sente donna», ribatto.
«Non coglie il punto, Perna, nonostante sia un addetto ai lavori».
«Sarei trans anch’io?», scherzo, sapendo che non raccoglierà la battuta.
«Io so che i sessi sono due. Wladimir Guadagno, in arte Luxuria, voleva invece imporre la logica della Conferenza internazionale di Pechino del 1995 secondo cui i generi sono cinque: maschile, ermafrodita maschile, ermafrodita lineare, ermafrodita femminile, femminile. Una scivolosità sessuale che ci sta inquinando tutti e che Guadagno, mescolandosi con le donne, voleva riaffermare».
«Alle rimostranze di Luxuria, lei disse con eleganza: “Se ti tagli il pisello, puoi usare il bagno”».
«Perché è appunto quello che fa la differenza».
«Alla fine ha vinto Luxuria. Ha continuato a usare il bagno delle donne».
«Non ha vinto. Lo ha usato di fatto, ma nessuno in Parlamento ha potuto affermare che ne avesse diritto. Con la mia reazione, la baggianata dei cinque generi ha avuto una battuta d’arresto. Anche il governo Prodi, in cui il concetto si stava infiltrando, ha sospeso una serie di iniziative per il riconoscimento di famiglie contro natura», dice Elisabetta con orgoglio. Cambio discorso.
Lei è sempre in procinto di diventare qualcosa: vice sindaco di Alemanno, presidente della Provincia di Roma, ecc. Poi niente.
«Erano voci. Il solo dato concreto è che, dopo un sondaggio, ero risultata la più gradita del centrodestra come presidente della Provincia. Ma non se n’è fatto nulla. Per noi donne è sempre più complicato».
Antifemminismo?
«Neanche. Atteggiamento difensivo degli uomini per mantenere le posizioni conquistate negli anni».
Una volta mi disse che accettava l’ex pci Napolitano come «suo» presidente più col cervello che col cuore. Oggi?
«A furia di sapere che è il mio presidente, mi ci sono anche affezionata. Nonostante provenga da un mondo che detesto, fa il presidente con un garbo che facilita a non ricordare da dove provenga».
Meglio di Oscar Luigi?
«Per l’amore del Cielo, molto meglio. Scalfaro agì in modo che oggi è tra gli uomini meno amati del Paese».
Ai tempi di Mani pulite lei fu una fan di Di Pietro.
«Speravo che si facesse pulizia. Poi, si è visto che Mani pulite non era dettata da amore di giustizia e che la verità si è fermata davanti al portone di Botteghe Oscure. Ha creato solo sofferenze, morte, drammi. Di Pietro ha la meravigliosa faccia tosta di mostrarsi come un puro. Ma c’è da dubitarne».
Che tipo è?
«È rammaricato di non essere riuscito a distruggere delle persone a suo tempo e ci prova ancora».
Veltroni?
«Sono felice della sua sconfitta. Ero esterrefatta che, da sindaco di Roma, fosse il primo impresario teatrale d’Italia. Anche questo spiega la voragine di debiti che sta inghiottendo il Comune di Roma».
Del Cav. che mi dice?
«Sono alle stelle per la sua vittoria. Lo vedo determinato ed è quello di cui il Paese ha bisogno».
Si è rimesso a litigare con le toghe.
«La cosa più eclatante è che anche il Financial Times riconosce che la giustizia in Italia ha problemi».
Lo accusano di fare leggi pro domo sua.
«Il 60 per cento degli italiani è convinto che la magistratura lo perseguiti. Questo taglia la testa al toro».
La convince il Tremonti socialista della Robin tax e la tessera del pane?
«Tremonti è un genio. Capisce i problemi quotidiani delle persone: pane, pasta, mutui. Tutte cose che chi siede sulla poltrona dell’Economia in genere dimentica, inseguendo numeri, bilanci, disavanzi e dimenticando i bisogni. Lui, no».
Se fosse stato Prodi a tassare i ricchi e a fare l’elemosina ai poveri, lei che avrebbe detto?
«Prodi è uno che ha, invece, abbassato le tasse ai banchieri. C’è una destra che fa quello che dovrebbe fare la sinistra e una sinistra che fa quello che si pensa farebbe la destra. Vuole dire che erano distinzioni presunte. La sinistra è massimalista anche nel suo neofitismo liberista».
In Europa corrono pregiudizi sul Cav. Le toccherà smontarli. Se la sente?
«Intanto, non so se sia vero. Ero in Russia di recente e ho trovato per il Cav. un entusiasmo incredibile. Sembrava che avessero vinto loro le elezioni. Tre anni fa, in Kazakistan, impazzivano per lui. In Madagascar, dove sono stata l’anno scorso, il loro presidente, che è un imprenditore, era chiamato il “piccolo Berlusconi”».
Tra un anno, il suo mandato Ue scade. Che farà?
«Devo parlarne a ore con Berlusconi. Spero di rientrare in Parlamento se, come credo, altri lasceranno il seggio per nuovi incarichi».
Lei stravede per la politica.
«È una scelta di vita».