Gardini, l’ex stella della tv che «vede» Satana nelle bugie degli onorevoli

Da conduttrice a deputata. Esordio in politica nel Patto Segni prima di approdare agli azzurri

Quando arrivo al piano alto della sede di Fi, Via dell’Umiltà, la neoeletta Elisabetta Gardini sta chiacchierando con la neoeletta Micaela Biancofiore che la ospita nel suo ufficio. Due splendidi schianti nella cornice sbagliata: un bugigattolo spartano inadeguato alle superbe creature parlottanti. Una basterebbe a fare perdere la testa al cronista. Due, concentrate in poco spazio, sono l’anticamera dell’infarto. Per evitare il peggio, le separo. Saluto in fretta Biancofiore e mi ritiro con Gardini nella stanza vicina, un loculo gemello sommerso di giornali che le serve da base d’appoggio.
«Siete incoscienti a farvi vedere insieme. Già lei da sola è da coccolone», dico.
«Non esageri. A giorni divento semicentenaria», dice Elisabetta che il 3 giugno compie 50 anni. Inutile dirvi che non li dimostra. È identica a come appariva 15 anni fa quando conduceva in tv «Caffè Italiano».
«È più magra. Però le dona, anche se non dovrebbe saltare così i pasti», dico a lei, ma penso a me costretto adesso a digiunare perché la Venere ha fissato l’intervista all’ora del pranzo.
«Ma che dice? Sono ingrassata. Coi rinfreschi della campagna elettorale, spilluzzica qua, spilluzzica là, non entro nei vestiti», dice. Non credetele. Svetta sui tacchi, sottile come un giunco. Ha un pantatailleur gessato nero che le sta d’incanto e un casto décolleté che arriva alla radice del seno. Il serico collo lungo, già bello nella semplice nudità, è vieppiù ingentilito da un brillantino a goccia. E qui mi fermo per non degenerare nel lumacone.
«Ce l’ha fatta a diventare deputato!», dico.
«Circoscrizione di Treviso. Non esattamente la mia, perché sono di Padova, ma sempre nel mio Veneto».
«Ci provò già nel ’94. Però stava con Segni, contro Berlusconi», provoco.
«Aborrivo la politica dalla scuola. Avevo avuto un compagno di classe arrestato per eversione. C’erano Freda e le Br. Poi, arrivò la svolta del ’94. Potevo scegliere tra due partiti che erano, come me, nuovi: il Patto Segni e Forza Italia».
«Scelse Segni».
«Era anche il partito di Giulio Tremonti e Alberto Michelini. Una forza di centrodestra».
«Prima cos’era politicamente?»
«Votavo Dc, perché me lo diceva mio papà, degasperiano. Mio nonno era un cattolico antifascista che, rifiutata la tessera, perse il lavoro».
«Per la politica, ha lasciato la tv?».
«Da un decennio, il mio rapporto con la Rai zoppica. Con l’arrivo, metà anni ’90, dei “professori”, i Locatelli e Demattè, la sinistra si è presa tutto. Da allora, i funzionari disertano le riunioni di lavoro, per andare alle cene e fare pubbliche relazioni», dice e resta un attimo soprapensiero. Poi, con un gesto deciso, si riavvia i lunghi capelli castani e detta questa riflessione prezzoliniana: «L’Italia è divisa in due. Tra chi ha diritto e chi no, indipendentemente dal talento. Fi rappresenta chi non ha diritti. L’Unione è la manutengola degli aventi diritto a prescindere».
«Lei è una cattolicona. Addirittura focolarina».
«Lo sono stata per qualche tempo. Coi Focolarini bisognava parlare di sé di fronte a tutti. Ma io ero troppo timida per raccontarmi, così sono passata all’Azione cattolica».
«Sposata?».
«Separata. Un matrimonio sbagliato con un figlio che oggi ha 15 anni. Ne avrei voluti tre».
«Una chioccia».
«Tradizione di famiglia. Io sono la prima di cinque fratelli. Mio papà ne aveva nove, mia mamma sette».
«Una volta ha detto: “Ci sono momenti in cui mi sembra di toccare Dio”. Un misticismo inaudito per una star tv».
«A volte, Dio mi pare la cosa più naturale di questo mondo. Altre, ne sento l’assenza».
«Mai avuto queste visioni a Montecitorio?».
«Percepisco più Satana, tra le menzogne che sento e gli stili di vita indigesti che sono ostentati».
«Ogni riferimento a Luxuria è voluto?».
«Wladimiro Guadagno, in arte Luxuria, e il no-global Caruso sono stati presentati da Bertinotti come figure esemplari. Una strumentalizzazione per scardinare l’ordine naturale», dice Elisabetta e mi guarda con intensità per vedere se concordo. Io inalbero la perfetta neutralità del giornalista modello e proseguo per la mia strada.
Come è approdata a Fi?
«Dal ’94, ho cominciato a curiosare andando ai congressi dei partiti di centro e di destra. Alcuni mi hanno offerto candidature. La Margherita mi chiese di fare da madrina all’incoronazione di Rutelli leader dell’Ulivo nel 2001. Ho rifiutato. Non era il mio partito».
L’incontro col Cav?
«A pranzo due anni fa, quando divenni portavoce di Fi. C’erano Sandro Bondi, Paolo Bonaiuti e naturalmente il Presidente».
Ovviamente, ne è stata folgorata.
«Mi ha entusiasmato. Non era trincerato dietro il ruolo. Per intenderci: non camminava da presidente del Consiglio. Era un italiano che esprimeva i miei stessi sentimenti, la mia idea della società e dei valori. Mi ha esaltato. Ho telefonato a mio padre e gli ho detto: “Ha la stessa passione e dice le stesse cose che ci diciamo noi”».
Cosa pensa del Cav?
«Ha un’umanità straordinaria. Un vero interesse per le persone. Uomo tra gli uomini, senza orpelli. Così generoso, da essere sempre sincero e non nascondere mai i suoi stati d’animo. Un combattente. In campagna elettorale, è stato un leone. È l’unico leader che abbiamo in Italia».
C’è un pugno di deputate che lo cova, lo cura, gli dice di riposarsi, ecc. Aspira a entrare nel club delle pie donne?
«Il presidente una mamma ce l’ha e, purtroppo per lui, non possiamo permetterci che riposi. Ne abbiamo troppo bisogno. Lui ascolta tutti, anche le colleghe cui lei si riferisce, ma poi fa di testa sua. E, quando fa quello che sente, non sbaglia mai».
Dopo la batosta elettorale, il Cav sorride meno.
«Se uno prende un cazzotto in faccia, sia pure lieve, sempre cazzotto è. Ma già lo vedo in ripresa. I sempre lugubri sono quelli della sinistra. Non sembra che abbiano vinto».
La sconfitta ha indebolito il Cav?
«Al contrario. Fu l’unico a capire dai sondaggi che la Cdl era in vantaggio. Puntualmente, abbiamo preso 220mila voti più dell’Unione. Fi è il primo partito e Berlusconi è il suo leader».
Sandro Bondi. Che tipo è?
«Un uomo di sensibilità e cultura straordinarie. Senza alcuna sete di potere».
Un ex comunista. Non prova disagio?
«Chi da sinistra viene a destra, è un disinteressato. È a sinistra che si ottengono posti e onori. Chi mira alle prebende resta da quella parte».
Lei da chi è protetta, dal Cav in persona, da Bondi o chi altro?
«Protetta, è una brutta parola maschilista. Il presidente e Bondi sono i miei riferimenti. Il progetto di Fi e del cambiamento sono incarnati da Berlusconi. Quindi, siamo tutti protesi verso di lui e i suoi ordini».
Le secca cominciare la carriera parlamentare all’opposizione?
«Per il bene dell’Italia, avrei voluto che la Cdl fosse maggioranza. Per me personalmente, penso che stare all’opposizione sia più divertente. Si è più liberi».
Il Cav non vuole collaborare con la sinistra. È d’accordo con questa intransigenza?
«Mescolarsi per cosa, con questa sinistra? Non ci sono persone con cui il dialogo sia possibile».
Che impressione le fa avere un comunista come Bertinotti alla presidenza della Camera?
«Terribile. Quando vedo la falce e il martello, mi si sovrappone la svastica».
Sente Giorgio Napolitano come il «suo» capo dello Stato?
«Per natura, sono portata a rispettare le regole. Quindi “so” che Napolitano è anche il mio presidente. Ma me lo dice il cervello, non il cuore. Mi era successo altrettanto con Oscar Luigi Scalfaro».
Tra i due chi le è più estraneo?
«Bella lotta. Un di più negativo ce l’ha però Napolitano per il valore simbolico che è stato dato alla sua elezione: la tradizione comunista, fin qui esclusa, ha fatto ingresso al Quirinale. Ma è una cultura, quella comunista, che non ha voluto fare i conti con la propria storia. Speravo, per dire, che Napolitano si scusasse per avere appoggiato l’Urss nel 1956 quando mandò i panzer a Budapest».
Quale tra i ministri non le va giù?
«Mi spaventa questo Paolo Ferrero che vuole la sanatoria per 500mila clandestini che, coi ricongiungimenti familiari, diventeranno 1,5 milioni di immigrati in più. La sua è una patente mancanza di amore per il proprio Paese. Poi, il solito Visco e il suo corteo di tasse».
Le cattolicissime Rosy Bindi e Livia Turco vogliono, l’una i Pacs, l’altra la pillola del giorno dopo. Realiste?
«Codarde. Non hanno il coraggio di scegliere tra il proprio pensiero e la propria fede. O non sono cattoliche, allora lo dicano. O, se lo sono, siano coerenti».
D’Alema agli Esteri e Amato all’Interno?
«Ahimè!».
Lei è stata una fan di Mani Pulite...
«Ahimè! Come molti. Fu un abbaglio».
È ricicciato il leggendario Francesco Saverio.
«Borrelli? Mi fa paura».
Nella Cdl sono tutte rose e fiori o vede guai?
«Il momento è positivo. Si rafforza l’idea del partito unico».
Di quale alleato si fida di meno?
«Tabacci e Follini. Siamo tutti in ansia quando parlano. Ma sono casi personali. Dei partiti, mi fido. Sento ovunque, tra i colleghi, grande coesione».
Se ci sarà il partito unico, bisognerà distribuire le cariche tra il Cav, Fini e Casini. Ci provi lei.
«Il Cavaliere è il leader naturale. Gli altri, non sono affar mio».