Gargano da An al gruppo misto: continua l’esodo

Ciao ciao An, e non senza rancore. Giulio Gargano, ex assessore prima al Personale e poi ai Trasporti con Storace alla Pisana, annuncia l’addio al partito che lo ha visto come candidato più votato, con oltre 30mila preferenze, alle ultime elezioni regionali. La sua capriola da Alleanza nazionale verso il gruppo misto è di quelle che fanno rumore. Intanto perché è il primo transfugo del partito di Gianfranco Fini, dopo i «pentimenti» dell’azzurro Verzaschi e di Di Stefano dell’Udc. Poi perché Gargano era un pezzo forte della giunta Storace, così di casa in Regione che anche sua moglie Patrizia, dipendente del Consorzio «Pegaso», era stata comandata alla presidenza del gruppo di Alleanza nazionale in consiglio regionale, con tanto di indennità da caposegreteria. E infine, per rendere pubblica la sua «probabile» futura decisione, Gargano ha scelto un’intervista col botto al Corriere della Sera. Nella quale spara a zero proprio contro l’ex Governatore, criticando «l’arroganza e la presunzione» di Francesco Storace (reo peraltro, secondo lui, di volerlo «eliminare dalla scena politica» con l’aiuto del ministro per le Politiche agricole Gianni Alemanno) ed esaltando invece «la grande umanità e correttezza» di Walter Veltroni.
Gargano sostiene che il cuore gli «direbbe di resistere» dentro An, partito i cui elettori lo hanno portato in Regione. Ma pare poco intenzionato a dar retta al suo muscolo cardiaco. E in attesa di decidere in quale partito confluire, si accomoderà tra gli scranni del gruppo misto. «Allucinante», osserva laconico il capogruppo di Rifondazione alla Regione, Ivano Peduzzi, che come altri esponenti del centrosinistra ghigna per la crisi della Cdl che perde pezzi, ma non pare esattamente entusiasta di accogliere l’ex assessore nelle file dell’Unione. Mentre il presidente della Federazione romana di An, Vincenzo Piso, scrive a Fini per chiedergli di deferire e sospendere il consigliere, e il vicepresidente del consiglio comunale Fabio Sabbatani Schiuma commenta l’uscita del suo quasi ex compagno di partito ricordando che «la gratitudine non è di questo mondo». Lo pensano anche gli ultrà romanisti e laziali, uniti dalla fede politica, che alle ultime elezioni avevano deciso di «tifare» per lui e che ieri affidavano a radio-curva la loro incredulità.
Lui, Gargano, fa spallucce e strizza l’occhio anche all’ex avversario Piero Marrazzo: dopo averlo accusato a ripetizione, nei primi mesi di governo, di essersi «rimangiato le promesse fatte in campagna elettorale» ora il fu assessore il cui slogan era «a destra la nostra strada» fa i complimenti all’ex telegiornalista, che «ha condotto una campagna elettorale sulla riflessione e sulla persuasione», sostiene. Tanto che si è un po’ persuaso anche lui, che solo a dicembre scorso lanciava bordate ad alzo zero contro la sinistra capitolina e laziale, accusando per esempio l’«umano e corretto» Veltroni, quando il primo cittadino propose le strisce blu per i residenti, di aver preso «in ostaggio centinaia di migliaia di romani, inventando una specie di procedura estorsiva per giustificare una tassa».
Insomma, lo «spostamento» politico di Gargano sembra inevitabile, ma tra centrodestra e centrosinistra l’unico che approva la sua scelta e condivide i suoi «disagi» è proprio Verzaschi: il neoesponente dell’Udeur prepara lo scivolo al suo ex collega di giunta, dicendosi felice «se lui e tanti altri verranno a rafforzare i moderati nel centrosinistra». Non la pensa così il segretario regionale della Quercia, Michele Meta. «Cambiare idea è legittimo e auspicabile», commenta l’esponente diessino, ma «quando si tratta di rappresentanti delle istituzioni, eletti da pochi mesi in una lista precisa, sulla base di un programma di governo», prosegue Meta, «sarebbe auspicabile che per rispetto dei propri elettori rassegnassero le dimissioni».