GARIBALDI L’impresa dei Mille gadget

Il ritratto di Garibaldi, scriveva nel 1882 il quotidiano La France commemorando la morte del grande condottiero, si trova ormai «sotto la capanna del bulgaro come sotto la tenda dell’indiano delle Pampas». Garibaldi, in effetti, è stato forse il primo uomo a diventare un gadget. Il suo volto intenso, incorniciato dalla fulva barba, è stato come la faccia di Che Guevara per i giovani dagli anni Sessanta in poi. Un’icona, un feticcio di straordinaria potenza mediatica. Sui sigari e sugli orologi, sulle scatole di acciughe e sulle stoviglie, sui maccheroni prodotti in Pennsylvania e sulla grappa distillata in Argentina: il faccione dell’Eroe dei Due Mondi è stato riprodotto all’infinito sugli oggetti più impensabili. La sua immagine ha trovato posto anche nelle case più umili, oggetto di una devozione che in Italia sarà superata, forse, solo dai santini di Padre Pio. Perché, scriveva sempre nel 1882 un altro quotidiano, il londinese The Times, la figura di Garibaldi appartiene «all’immaginazione come una realtà di leggenda (analoga a quella di Guglielmo Tell), come un qualcosa di favoloso, dalla natura inafferrabile».
Una misura della potenza e della diffusione capillare della leggenda garibaldina può essere offerta da una mostra aperta fino all’8 luglio al Museo di Santa Giulia di Brescia: «Garibaldi. Le immagini di un mito nella collezione Tronca». È una delle tantissime iniziative che celebreranno il secondo centenario della nascita di Garibaldi, avvenuta il 4 luglio 1807 a Nizza. Ma ha qualcosa di diverso, e di più curioso, rispetto alle altre iniziative. Presenta, infatti, per la prima volta al pubblico una delle più grandi collezioni private di cimeli garibaldini: quella messa insieme in anni di faticose ricerche per case d’asta e mercatini antiquarii da Francesco Paolo Tronca, attuale prefetto di Brescia.
Il tutto era nato dalla curiosità per la storia della propria famiglia: un antenato di Tronca, il palermitano Gaetano Criscione, era stato capitano dei Garibaldini. Il suo pugnale, lasciato in eredità alla famiglia, è stato l’oggetto magico intorno a cui Tronca, ancora bambino, iniziò a sognare. Il risultato finale è stata una collezione di oltre cinquecento pezzi in cui c’è davvero di tutto. Fazzoletti da tasca, spille in avorio e onice, ciondoli, cammei, fermacarte, pipe di terracotta e di schiuma, parascintille e alari da camino, bottiglie, e un’intera serie di orologi da tavolo e da parete: tutti istoriati con immagini di Garibaldi e delle imprese garibaldine. Un’epopea popolare che si dispiega attraverso gli oggetti di uso comune. E a cui vanno aggiunti, in mostra, i dipinti e le stampe che ripetono all’infinito, come scene della vita di un santo, i grandi episodi della leggenda: la fuga con Anita, lo sbarco a Marsala, l’incontro di Teano, la ferita in Aspromonte.
Scrivono Massimo Fino e Sergio Onger nel catalogo della mostra: «Autori di ex voto e marionette, abbandonati i temi canonici delle guarigioni miracolose o delle gesta dei paladini di Francia, si dedicarono al Generale utilizzando il medesimo linguaggio stilistico e diventando cantastorie per immagini del mito popolare». È un fenomeno davvero senza precedenti, seppure non del tutto spontaneo: lo stesso Garibaldi fu attento alla propria immagine e gran parte dei ritratti che lo immortalano furono realizzati a partire da un modello fotografico licenziato da lui stesso. Attraverso la riproduzione seriale della propria figura, Garibaldi divenne oggetto di una religione popolare. Achille Bizzoni, autore nel 1883 di un Garibaldi spiegato al popolo, lo paragonava addirittura a Cristo: «Anch’egli redentore, anch’egli poeta, anch’egli affascinante, anch’egli seguito e divinizzato dalle turbe, cui predica una sublime legge fraterna d’amore; Garibaldi supera il Nazzareno allorché, angelo della rivendicazione, brandisce la spada fiammeggiante e combatte e vince per la causa degli oppressi contro gli oppressori».
Più avanti qualcuno scriverà anche un Catechismo garibaldino dove l’idea religiosa è presa alla lettera: Garibaldi è uno e trino, egli è Padre (della Patria), Figlio (del Popolo) e Spirito (della Libertà). Esagerazioni di un esaltato, certo. In compenso c’è ancora chi ricorda come, in sperduti paesi del Sud, quando il Fronte popolare si presentò alle elezioni del 1948 con il volto di Garibaldi come simbolo, molte vecchine devote furono indotte a votare per i comunisti. Le avevano convinte, i perfidi, che quel bel faccione barbuto era quello di San Giuseppe.