Garibaldi «revisionista» della sua stessa impresa

Non per sfruculiare certi miei amici di schietta fede garibaldina, che immagino ringagliarditi dalle belle cerimonie svoltesi nei giorni scorsi per celebrare il bicentenario della nascita del Generale, né per romper loro i corbelli con la vecchia solfa del Mezzogiorno oltraggiato e saccheggiato dal Risorgimento in salsa piemontese, bensì al contrario per incoraggiarli a irrobustire la loro ammirazione per l’Eroe dei due mondi, vorrei invitarli a trovare un’inattesa conferma nella lettura sincronica di due piccoli documenti.
Il primo è la famosa letterina in cui Vittorio Emanuele, subito dopo Teano, comuinicò a Cavour il suo giudizio su don Peppino: «Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, statene certo, questo personaggio non è affatto così docile né così onesto come lo si dipinge, e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il denaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui, che si è circondato di canaglie, ne ha seguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa».
Da queste gentili parole si deduce agevolmente che il primo re dell’Italia unita, sulla vera causa della caduta del Regno di Napoli, non la pensava molto diversamente dall’ultima sovrana di quel regno, la squisita Maria Sofia, che com’è noto pensava che quell’evento fosse stato generato essenzialmente dai molti quattrini profusi da Cavour per convincere i più illustri generali dell’esercito borbonico a ritirarsi senza combattere lasciando la via aperta davanti a Garibaldi. Ma a questo punto, anche al fine di dissipare il sospetto, diffusissimo purtroppo fra i miei amici storiograficamente più agguerriti, che le mie chiacchiere garibaldesche possano essere fomentate da un certo spirito neo-borbonico, conviene segnalare il secondo documento, ossia la celebre letterina: con cui l’esule di Caprera, nel 1868, vale a dire otto anni dopo l’impresa dei Mille, scrivendo all’amica Adelaide Cairoli, espresse il suo conclusivo giudizio su quell’epopea con queste succinte parole: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei la via dell’Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi là cagionato solo squallore e suscitato solo odio».
A causa di queste righe lo stesso don Peppino potrebb’essere accusato di revisionismo. Ma egli potrebbe obiettare che esse dimostrano che la sua vera grandezza non risiede affatto nel suo mito, ma nella toccante franchezza con cui volle offrirci con quella lettera un esempio più unico che raro di auto-revisionismo.
guarini.rvirgilio.it